mercoledì 19 ottobre 2011

Trattato delle virtù: Recensioni e articoli 11

Da LA RIVISTA DEI DIOSCURI. TRIMESTRALE POLICULTURALE E POLITEISTA, n° 2 aprile-giugno 2011, pp. 109-110.



Giorgio Gemisto Pletone
Trattato delle virtù BOMPIANI, 2010, PAGG. 738, €18,00
MORENO NERI (A CURA DI)

“... Certo è che Gemisto fu de’ maggiori ingegni e de’ più pellegrini del tempo suo, che fu decimoquinto secolo...”. Così scriveva nel 1827 Giacomo Leopardi, nel constatare come al suo presente tacesse la fama di colui che fu definito “I’ultimo degli elleni”.
Oblio tanto più singolare se, a dar credito al poeta di Recanati, in Giorgio Gemisto Pletone sia ravvisabile uno dei maggiori ingegni di un secolo, il Quattrocento, che di individualità eccezionali fu ricchissimo. Eppure ancora oggi, quantomeno in Italia, il nome di Pletone non è ancora uscito dalla considerazione delle ristrette cerchie erudite e specialistiche. A questa mancanza da un numero considerevole di anni cerchia di ovviare con diuturna fatica Moreno Neri, che ha pubblicato una considerevole quantità di traduzioni di orazioni, discorsi e testi di e sull’Autore, e che adesso, con questo Trattato delle virtù, uscito nella prestigiosa collana Testi a fronte dell’editore Bompiani, curata da Giovanni Reale, ci offre non solo e non tanto la traduzione di un testo di Pletone, che forse dopotutto non pertiene al vero e proprio hardcore del pensiero del saggio di Mistrà, ma uno splendido ipertesto.
Lo chiamiamo così perché, delle 740 pagine di cui si compone il volume, il vero e proprio trattato pletoniano occupa solo 34 pagine, in originale ed in traduzione...
Attorno a questo piccolo nocciolo si sviluppano, a cerchi concentrici, i frutti del lunghissimo ed amoroso lavoro profuso dal Neri sopra il suo filosofo, che da soli possono fare la felicità dello studioso, del curioso, del dilettante, che si affacci per la prima o per l’ennesima volta sulla vita, sull’opera, sul contesto, del “redivivo Platone”, ovvero sulla Translatio Studiorum dalla Grecia all’Italia, ovvero su quelle che potremmo definire certe linee carsiche della storia del pensiero e della Storia tout court.
Moreno Neri ci offre, a partire dal testo di Pletone, verso l’“esterno”: 1) un apparato esplicativo di note al testo che affrontano ogni minima questione, dall’ambito lessicale a quello esegetico a quello contestuale; 2) un’introduzione al testo che lo relaziona con le restanti parti dell’opera di Pletone, così come con Platone e la tradizione platonica; 3) Un’introduzione all’autore della dimensione di ben 288 pagine che, a parere di chi scrive, è la parte più rilevante del volume, e che potrebbe benissimo avere dignità di testo autonomo.
Qui Neri traccia un affresco dettagliato di chi sia stato Pletone, cosa abbia detto o fatto, quale vita abbia condotto nel contesto dell’“Estate di San Martino” dell’Ellenismo bizantino, tra XIV e XV secolo; cerca di chiarificare quale formazione abbia ricevuto; si spinge fino alla zona d’ombra dei contatti avuti nell’ambiente dell’Anatolia Selgiuchide e proto-Ottomana (il misterioso ebreo Eliseo...); fa balenare un’“Aurea Catena” che conduce agli Ishraqiyyun, o “Platonici di Persia” (e magari, viene da aggiungere, a quei misteriosi Sabei di Harran che ricondurrebbero all’Accademia Platonica, chiudendo il cerchio... Ci permetteremmo di suggerire a Neri di sollecitare ulteriormente questa direzione di ricerca, perché è da lì, a nostro opinabile giudizio, che potrebbero scaturire le cose più interessanti). E poi ci conduce all’altro capo della catena, a circostanze ormai notissime, ma che possono ancora essere viste secondo altre prospettive, i Concili di Unione di Ferrara-Firenze, le diverse posizioni dei dotti d’Oriente e d’Occidente, i contesti politico-religiosi e culturali. Neri, partendo sempre dall’operato e dal pensiero di Pletone, ci presenta molte cose sotto altra luce. Per concludere con quell’epigonale reviviscenza di platonismo politico che fu il Despotato di Mistrà, sul piano pratico e molto più nella sua immagine ideale, in cui tanta parte ebbe Gemisto.
Nel cerchio più esterno vi è 4) una ricchissima bibliografia che, come tutti gli scritti di Neri, è fertile di spunti, suggestioni, indicazioni verso altre possibili ricerche ed approfondimenti.
Concludiamo questa necessariamente superficiale recensione, data la ristrettezza dello spazio a disposizione, osservando come il lavoro del Neri potrebbe costituire la seconda parte di un dittico, il cui perno è Mistrà, e la cui prima parte è costituita dall’altro grande e suggestivo lavoro di Silvia Ronchey, L’enigma di Piero. Neri ha dato un altro magistrale contributo alla comprensione di quello snodo costituito dalla Bisanzio morente come radice di una certa modernità ancora oggi presente tra noi.
 









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