martedì 16 agosto 2016

CONTRO LE FALLACIE DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

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Sarebbe davvero bello, Agatone se la sapienza fosse in grado di scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, quando ci mettiamo in contatto l’uno con l’altro, come l’acqua che scorre nelle coppe attraverso un filo di lana da quella più piena a quella più vuota.
(Platone, Simposio, 175 D)


Sarebbe bello. Ma da molto tempo so che non è così. La sapienza non si trasmette come un fluido. È un’esperienza personale che si può solo vivere e non è possibile travasarla bella e pronta, meccanicamente. Occorre una grande motivazione interiore, lo sforzo individuale e un’inesauribile passione per il dialogo tra persona e persona, l’avvio della comunicazione filosofico-maieutica attraverso il serrato metodo dialettico.
Ma se uno è non “gravido”, vale a dire spiritualmente vuoto? Se non c’è un brandello di onestà né intellettuale né esistenziale, se non si trova un frammento di domanda, se non si scorge una briciola di problematicità, anche nella peggiore distorsione e nella banalizzazione più infima, far emergere dall’anima dell’interlocutore qualcosa di vitale è un’impresa impossibile.
Socrate parla di maieutica (maieutiké significa ostetricia) perché la sua tecnica è un’opera analoga a quella dell’ostetrica. È un metodo che non vuole immettere la verità nell’animo ma intende estrarla: è come un modo per far partorire le menti. Non lancia programmi di redenzione e non pretende di trascinarsi torme di seguaci, perché la conoscenza può solo sgorgare dalla propria anima. La maieutica, attraverso il discorso, si limita ad orientare il pensiero dell’interlocutore verso la verità.
Chi segue quest’arte non ha nessun intento di redenzione, non gli appartiene lo spirito del missionario. Si può esercitare infatti solo con chi è in uno stato di aporía nel quale consiste l’inizio della “gravidanza” intellettuale. Occorre che l’interlocutore che si ha di fronte sia disponibile ad ascoltare un’altra tesi e sia spinto da questa a cercare definizioni sempre più precise dell’argomento in discussione, fino al momento in cui entrerà nell’aporía (che significa letteralmente “strada senza uscita”). A questo punto dichiarerà la sua incompetenza sulla questione e riconoscerà come infondata la sua certezza iniziale. Il riscatto dalla schiavitù mentale è dunque un fatto del tutto personale, e questa fase volta alla liberazione dal falso sapere, dalla convinzione cioè di avere delle verità certe, è una bella cosa perché indica la voglia di sapere: nella perplessità del vicolo cieco è da vedere un compito ed un invito ad approfondire la ricerca, vale a dire che l’aporía è la prima leva del processo conoscitivo. Volendo, se ne può trarre un profitto straordinario e, come spiega Socrate nel Teeteto, “è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da se stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me”.
Questa incertezza che coglie l’individuo che si accorge della insufficienza del valore intrinseco della propria opinione, fa sì che per alcuni sia molto difficile affermare il proprio imbarazzo e altrettanto sgradevole confessare la propria ignoranza. L’abitudine a non mollare le proprie convinzioni riprende il sopravvento come se esse non fossero mai state vagliate ed esaminate. La messa in discussione delle proprie iniziali certezze è per loro sempre inquietante per non dire destabilizzante e provoca comprensibilmente ostilità e irritazione. 


Del resto Socrate nell’Apologia paragona se stesso a un tafànoappiccicato dal dio ai fianchi della Città come ai fianchi di un grande cavallo di razza, ma proprio per la sua mole un po’ pigro e bisognoso di venir pungolato”. C’è dunque chi si fa stimolare, rimbrottare e, finalmente, svegliare, ma altri – e sono i più – colpiranno e condanneranno a morte il fastidioso tafàno.
Si sarà compreso che anche io ritengo che la politica sia essenzialmente la virtù di rendere gli altri migliori. E, inoltre, che utilizzo la griglia interpretativa della filosofia antica e di Platone specialmente a causa della sua duttilità e mobilità, non solo per una scelta morale di definire una verità a fondamento del reale ma anche come condizione di senso per la reinterpretazione del presente, essendo innegabilmente una fonte inesauribile per la riflessione, un patrimonio imprescindibile e tuttora attuale che non deve andare perduto. Riconoscendo che, anche nell’attualità, la visione della verità, o comunque un suo avvicinamento, possa fondarsi solo sul dialogo e sulla dialettica, perché non si dà verità se non nell’orizzonte del ricercare e dello spiegare le ragioni pertinenti di ogni autentico dialogo.
Ma se uno è, come si diceva, spiritualmente vuoto, se è amico della protervia e dell’impostura e partorisce aborti, mostri, fantasmi o menzogne, invece di qualcosa di vitale o vero, il dialogo va soppresso oppure il sedicente interlocutore va mantenuto alla distanza di sicurezza indispensabile in quanto dannoso e irresponsabile allo stesso modo in cui scorpioni e serpenti non sono responsabili del veleno che portano con sé.
Socrate, negli ultimi momenti della sua vita, raccomanda a Critone nel Fedone: “Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime”.
Il “parlare scorretto” o, tecnicamente, la fallacia argomentativa, la manipolazione del discorso, cagiona del male all’anima. Chi ha in odio i ragionamenti, il “misologo”, è il malato più degno di compianto. Chi non possiede la tecnica del ragionare e non si esprime correttamente rinuncia al desiderio di conoscenza. La “misologia” – quasi sempre associata alla misantropia che tutti odia e insulta e denigra e che con tutti ha disaccordi – ben si concilia con lo scontro polemico, recalcitra dal tema in oggetto sottraendosi all’esigenza di mantenere la discussione nei confini di una ricerca condivisa: “Costoro, infatti, quando discutono di qualche cosa, non si preoccupano di sapere come stiano veramente le cose su cui verte la loro discussione, ma desiderano unicamente che ciò che essi affermano essere vero sembri tale anche a quelli che sono presenti” (Platone, Fedone, 91 A).
La malattia dell’anima è l’ignoranza, la forma peggiore di malanno che possa capitare a un uomo. Chi ne è portatore ci turba e va tenuto a debita distanza per restare in salute non lasciandoci contaminare dai falsi ragionamenti. Tanto meno avremo relazioni con costoro e tanto più resteremo assicurati al nostro sapere e non saremo contaminati, deteriorati e corrotti dalla loro cattiva natura. Il suo stadio meno curabile è quello in cui il malato crede di esser sano e si comporta come se lo fosse. Ho l’abitudine, anzi la regola, se mi imbatto personalmente con chi inquina la verità, di tracciare una linea invalicabile del dialogo e di non estenderla oltre, poiché non mi interessano le chiacchiere insensate, mere assurdità e robacce varie. Spiego, espressamente e con pazienza, che un ulteriore rapporto rischia di spingermi in basso. In un ragionamento la cosa non accade nella solitaria indagine in prima persona. Ma nella ricerca del come stanno le cose su un tema necessita anche l’apprendimento da altri: il percorso insieme verso la ricerca ha come strumento privilegiato il dialogo. Se vogliamo proseguire con la metafora del basso/alto, il dialogo tra chi sta in alto permette di ricostruire una visione più ampia e panoramica perché la frequentazione reciproca, gli scambi tra esperienze diverse, la condivisione delle idee, in breve l’intreccio delle diverse prospettive concorre a superare la limitatezza dello sguardo di ciascuno.
Per questo quando qualcuno dice qualcosa ho l’abitudine di stare attento, soprattutto se dice qualcosa di interessante e poiché sono desideroso di apprendere, gli faccio domande, torno sull’argomento e confronto le cose dette per capire meglio. Se invece chi parla è un uomo senza valore, che non sa né cosa né come deve ricercare, sono poco interessato a riprendere le questioni, una volta fatto cadere l’avversario vittima del proprio presunto sapere. Seneca nel De ira raccomandava di non essere animosi nelle discussioni se si entra in conflitto con degli ignoranti che non hanno mai imparato e neppure vogliono imparare. Non li correggerai, bensì li bacchetterai e ferirai. Non va esaminato solo se ciò che dici è vero, ma anche se colui al quale ti rivolgi è in grado di intendere la verità. La persona di valore accoglie i rilievi, ma chi non lo è difficilmente accetterà la mano tesa del tuo discorso.
Il grande problema di oggi è che coloro che ragionano bene, parlano correttamente e argomentano a tono sono pochi. Per quanto, come ci dicono, ci si trovi nell’epoca della comunicazione, una grandissima percentuale delle nostre relazioni, dalla politica ai giornali, dai social-media alle assemblee condominiali, è pervasa da modi di ragionare errati e non validi da cui tutti, chi più chi meno, siamo trascinati. Gli Antichi, fin dai tempi di Aristotele, chiamavano “fallacie logiche” questi modi di argomentare falsi, fuori tema, irrilevanti e non validi e, benché erronei, spiegavano come fossero attraenti e seducenti a causa dei loro trucchi, inganni ed espedienti. I molti, in quanto “massa”, sono inesperti e vedendo le cose da lontano, come spiega Aristotele, prendono per oro ciò che è soltanto giallastro. Per quanto debole o facile da confutare possa essere un argomento, esso può permettere che una persona raggiunga il suo obiettivo. Convincendo, appunto.
Siccome continuo a sperare che i “molti” non siano impermeabili all’azione educativa, questi modi vanno smascherati e resi patrimonio comune di quante più persone possibili. L’ignoranza è qualcosa di molto simile al buio. Capisco che le mie potrebbero sembrare una condotta e una prospettiva per così dire “illuministiche”, ma “educare” viene da e-ducere che significa “trarre fuori” e quindi abbiamo di nuovo a che fare con la maieutica: estrarre una conoscenza che tutti possediamo e che non è imposta da altri. Ecco perché occorre coniugare partecipazione dal basso con condivisione dall’alto. A maggior ragione, perché una volta scoperti i trucchi delle fallacie, ci accorgiamo che gli “errori” di logica sono dappertutto. Chi ha poi degli interessi personali utilizza e strumentalizza le “fallacie” alla grande e senza scrupoli, perché chi è ignorante e incapace cerca sempre di soverchiare i suoi molti simili e i suoi pochi opposti. L’esperto, il bravo e il giusto, al contrario, mai vuole avere partita vinta sui suoi simili né vuole avere alcun vantaggio sui suoi pari.
Il rapporto con gli altri, prima nella cura di sé e poi nell’azione di formazione di soggetti nella e della politica, è sempre più necessario. Prima se ne proclama la necessità e prima si comincia a tradurlo effettivamente in pratica.


Nonostante tutto non sono pessimista. Scorgo molta voglia diffusa di ripristinare nella politica i concetti di preparazione e di competenza, sempre più persone si dedicano alla buona logica in politica e ne descrivono errori e scorrettezze e vedo infine riaffiorare il concetto del lavoro di gruppo a discapito di quello di caporioni mediocri, imbonitori e imbroglioni, allestitori di spettacoli Se la politica riuscirà a scrollarsi di dosso il problema degli enormi effetti persuasivi delle argomentazioni invalide che si insinuano con grandissima facilità nei nostri processi di pensiero, condizionando emozioni, comportamenti e scelte politiche ed economiche, se una nuova politica si porrà l’obiettivo costante di smascherare l’enorme potere persuasivo di buona parte della propaganda e il conseguente consenso che ne deriva, vedo qualche spiraglio nel futuro per far affermare sempre di più la conoscenza e meno le opinioni di questo o quell’“ego” che spara verità assolutamente astruse da competenze reali nei problemi in discussione.
Il disvelamento dei giochi linguistici ovvero la rivelazione dell’armamentario del populista, del demagogo e del politico sofista è un’istruzione che serve non solo nel campo strettamente politico, ma è un’armatura protettiva nei confronti del resto del mondo. Fin dai tempi della logica aristotelica si tratta di capire quando argomenti che sembrano essere dialettici invece non lo sono. Aristotele definisce la “refutazione sofistica” come un metodo puramente distruttivo: non si applica per dimostrare una propria contro-tesi ma per distruggere quella dell’avversario. In questo caso le fallacie possono essere attribuite a persone che hanno tutta l’intenzione di ingannare: in questo senso le comunicazioni difettose hanno un intento manipolatorio. Molti altri dei nostri interlocutori, invece, le impiegano inavvertitamente: sono all’oscuro di cosa sia un ragionamento logico, una prova, una documentazione o di cosa costituisca in genere un ragionamento oggettivamente preciso, coerente e rilevante. Per questo le fallacie logiche sono così seducenti e attraenti ed è per questo che spesso sono utilizzate con malizia e premeditazione. A queste insensatezze e idiozie quotidiane che ci circondano siamo quasi tutti assuefatti.
E invece io sostengo che logica e politica devono andare a braccetto. Di più, devono baciarsi appassionatamente, proprio perché la politica è concretamente costituita di tesi e argomenti che si confrontano: l’argomentazione è la sostanza della democrazia e una corretta argomentazione, in grado di difendersi dall’ignoranza e dalla manipolazione, fa di una democrazia un sistema autentico e legittimo.
Un’introduzione, molto sommaria, alle più comuni fallacie di ragionamento può essere utile per migliorare il livello generale di discussione e soprattutto per capire i “trucchi” di parole con cui spesso la gente viene imbrogliata.
Del trucco più applicato ne parla Platone nel Protagora. È sufficiente replicare con lunghi discorsi, eludendo gli argomenti e non volendo darne una confutazione argomentata, tirando anzi in lungo finché la maggioranza degli astanti si dimentichi su cosa verteva la discussione.
Questo il motivo per cui va preferita la dialettica alla retorica, perché la dialettica permette di chiedere e rendere ragione di ciò che viene affermato. Con la dialettica si discute, la retorica impone la contesa. La discussione avviene con comprensione tra alleati o amici, mentre tra avversari e tra nemici si compete. Una delle maniere di chi vuol contendere e non discutere è allentare le redini ai discorsi: si sciolgono tutte le vele e abbandonandosi al vento, si fugge nel mare delle parole, perdendo di vista la terra dell’argomento. Nella discussione dialettica occorre la disponibilità verso l’oggetto su cui si discorre e, nello stesso tempo, l’apertura verso l’interlocutore.
La politica contemporanea e le moltitudini che la seguono non si pongono come fine primario la loro e propria educazione né si pongono quello di costituirsi un’adeguata base filosofica attraverso il metodo della dialettica, fondamento necessario per ogni adeguata decisione politica che ha veramente a cura l’umanità e non la massima utilità personale o di alcune oligarchie di cui si fa parte.
La disciplina che, anche quando crede di aver trovato risposte, chiede ancora è la filosofia. Essere filosofi non è, come il mondo d’oggi ci porta a credere, una prerogativa o un’esclusiva specifica dei filosofi di professione (che anzi temo fortemente che oggi nella stragrande maggioranza non lo siano). La filosofia non è un’oziosa esercitazione per qualche accademico, ma un’arte del vivere, un atteggiamento coscienziale. La terapia che qui suggerisco è dunque dedicarsi alla dialettica, una teoria dell’argomentazione orientata alla filosofia. Nata nelle città della Grecia e della Magna Grecia nel V/IV sec. a.C. con la logica e l’arte dell’argomentazione come norma per salvare le ragioni, la competenza logica e argomentativa è un metodo di cui tutti i cittadini, oggi, devono disporre per argomentare bene e saper riconoscere le fallacie di quegli argomenti che, pur essendo scorretti, appaiono psicologicamente persuasivi. Filosoficamente, è cattiva politica ed è politica totalitaria (da qualunque parte provenga) ogni politica che non pratica e non accetta il corretto e libero confronto, il dialogo franco e la serena ricerca.
Ma certamente per usare il metodo dell’argomentazione in modo divergente rispetto alla prassi del nostro tempo, oggi ben esercitata in tutti i dibattiti politici, occorre una chiara consapevolezza volta alla verità e alla vita associata o, più precisamente, occorre da un lato la coscienza antidogmatica della fragilità delle conoscenze insieme alla precisa consapevolezza di ciò che fa di un argomento un buon argomento, e dall’altro che il reale destinatario nelle situazioni controversiali democratiche, ossia il popolo, che è sovrano rispetto alla verità pubblica, si appropri di tutti gli strumenti che possono servirgli per permettergli di esercitare razionalmente la sua sovranità. Dal momento che la nostra vita sociale si svolge attraverso il linguaggio e il discorso, il loro degrado e manipolazione accompagna e condiziona il degrado e manipolazione dei modi di vivere sociali e su questi inganni e auto-inganni occorre intervenire, magari cominciando a offrire una cassetta degli attrezzi, un kit utile a chi sia seriamente interessato a riflettere sulla comunicazione e sulla politica.


Di questi strumenti, ossia dei mezzi per riconoscere alcuni dei tranelli e fallacie logiche, ci occuperemo dunque in seguito, accompagnandole con qualche esempio pratico, per mostrare quanto sia prezioso un collegamento tra le teorie che riguardano dialettica versus retorica e fallacie logiche e la realtà della vita e delle cose, che palesano quale possa essere l’utilità della filosofia anche fuori dall’ambiente universitario e dall’erudizione fine a se stessa.
Questo per far meglio comprendere come i criteri di validazione (ossia del controllo di correttezza) del dibattito politico e sociale devono avvenire su base epistemologica. Vale a dire che l’esattezza e la precisione dovrebbero informare non solo l’attività dei politici ma ogni scelta razionale della troppo sciatta, svagata e sfiduciata esistenza del popolo sovrano. Più semplicemente è importante (ed è sempre importante) ragionare bene.
Ovviamente se non si vuole essere una particella di una massa gregaria manipolata da capi demagoghi e loro gregari ma parte attiva di quella costruzione che, secondo la nostra bella Costituzione, rimuovendone gli ostacoli consente “il pieno sviluppo della persona umana”.

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