lunedì 2 maggio 2011

G. Gemisto Pletone e Giacomo Leopardi

Il 14 maggio 2003, esce per i tipi di Raffaelli Editore, 27esimo numero della Collana Scintille

Discorso in Proposito di una Orazione Greca
Giacomo Leopardi, Discorso in proposito di una orazione greca - Orazione di G. Gemisto Pletone in morte della imperatrice Elena Paleologina / in appendice: Giorgio Gemisto Pletone / Epinomide, traduzione e note di Moreno Neri, Raffaelli Editore, Rimini, 2003

66 pagine al prezzo di 10,00 €, ancora acquistabile al sito di Raffaelli Editore.

Rendere vivo ciò che si vorrebbe morto e sepolto (sebbene in un’arca di quel Tempio Malatestiano che è stato definito il simbolo stesso del Rinascimento), farne riaffiorare i pensieri – ce lo dice lo stesso Giacomo Leopardi – è una missione eroica piuttosto che un esercizio pacifico dell’erudizione: E io poi sono di opinione che i libri degli antichi, Latini o Greci, non solo di altre materie, ma di filosofia, di morale, e di così fatti generi nei quali gli antichi ai moderni sono riputati valere come per nulla, se mediante buone traduzioni fossero più divulgati, e più nelle mani della comun gente, che essi non sono ora, e non furono in alcun tempo, potrebbero giovare ai costumi, alle opinioni, alla civiltà dei popoli più assai che non si crede; e in parte, e per alcuni rispetti, più che i libri moderni.

Grazie a Biblioteca Italiana (BibIt), una biblioteca digitale di testi rappresentativi della tradizione culturale e letteraria italiana dal Medioevo al Novecento, promossa dal "Centro interuniversitario Biblioteca italiana telematica" (CiBit), e gestita dalla sua unità attiva presso l'Università di Roma "La Sapienza", con il supporto del progetto "Biblioteca Digitale Italiana" (BDI, http://www.iccu.sbn.it/bdi.html) del Ministero per i beni e le attività culturali, i due testi leopardiani sono ora presenti sul web in forma digitale. Il Discorso è a questo url, anche se manca l'ultimo capoverso - proprio quello da cui è tratta la citazione da noi fatta sopra - (mettetelo!) , mentre l'Orazione è quest'altro url.
Tuttavia, nella mia plaquette, assieme all'introduzione del Recanatese e alla sua traduzione di questo scritto d’occasione, tra gli ultimi di Pletone alla vigilia della propria morte, si trova anche la prima traduzione in italiano dell’Epinomide, il capitolo conclusivo del Libro III del suo disgraziato trattato Le Leggi, mandato per la maggior parte al rogo, e qui proposto come utile appendice di confronto con l'Orazione funebre per Elena Paleologina, con la quale ha notevoli e numerose corrispondenze, talora alla lettera, per nomi, termini e concetti. 




Ahimè, è un libriccino di cui si è poco parlato e scritto. Ma, oltre ogni rammarico, su Leopardi e sulla sua traduzione dell'Orazione  mi sono dilungato nel mio Pletone / Trattato delle virtù, dove ho persino corretto un errore presente in questo libro del 2003 e che viene perpetuato dai più accorti e profondi leopardisti. Lo commisi sulla loro scia ... mai fidarsi degli studiosi ... ma verificare, verificare e studiare ...
Sul si "è poco parlato e scritto" devo pure correggermi. Ne parlò unicamente Silvia Ronchey, nella sua rubrica CL@SSICi in ttL, supplemento de La Stampa, sabato 5 luglio 2003, p. 11.


 


domenica 1 maggio 2011

LA SIGLA MALATESTIANA

Anche questo è uno dei miei primi testi sul Tempio Malatestiano, risalente al 1999 e presente su internet fin dal 2001 nel sito del Rito Simbolico Italiano. Con le stesse ingenuità che rilevavo nel precedente post a proposito dell'articolo "Simbolo e simboli del Tempio Malatestiano" , ma vale per questo quello che si diceva dell'altro, a proposito del suo saccheggio ed utilizzo e teste della mia "influenza sottile".



LA SIGLA MALATESTIANA


Particolare interesse ha sempre suscitato la sigla, composta da una S e una I intrecciate, scolpita su stemmi, frontoni, pilastri, tombe del Tempio come un sigillo onnipresente.
Pietrificata, suscita un sentimento il cui significato, di volta in volta, si tenta e si è tentato di spiegare.


Secondo gli accusatori e i romantici le due lettere intrecciate significano Sigismondo e Isotta insieme. Tra i primi, contemporanei di Sigismondo, naturalmente lo stesso Pio II, che lo scomunicò e che dichiarò che il monumento "non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio". Tra gli altri prendiamo a campione il romantico Gabriele D'Annunzio, che, tra parentesi, era martinista, secondo il quale la S iniziale del nome di Sigismondo attanaglia nella stretta ferrea la filiforme fragilità della I del nome di Isotta. Ma, secondo altri, forti di ricerche storiche, il monogramma era usato da Sigismondo come firma abbreviata, fin dalla sua giovinezza, già prima quindi che egli fosse preso d'amore per Isotta degli Atti. Era infatti usanza fra i principi di quel tempo adoperare per il loro monogramma le prima due lettere del loro nome: troviamo KA per Carlo Malatesta, NO per Novello, fratello di Sigismondo , FE per Federico di Urbino.
Peccato che le ricerche storiche siano solo riuscite a dimostrare che Sigismondo ha cominciato ad usarla solo nell'anno nel quale ha certamente conosciuto Isotta. E ciò la dice lunga sulla serietà degli storici. Ne vale a dimostrarla un passo di Gaspare Broglio. D'altro canto si sarà giocato anche sull'ambivalenza e sull'ambiguità che il monogramma non rappresenta solo la firma abbreviata con le prime due lettere di Sigismondo, ma anche quella di Isotta. Come bene sintetizzava Luigi Tonini, oltre un secolo fa, è "la ripetuta Sigla Si, indicante SIgismondo, ovvero ISotta, o Sigismondo e Isotta insieme.". In conclusione nulla ci vieta di pensare che Sigismondo sia stato contento in cuor suo della coincidenza che gli consentiva d'incorporare l'iniziale della sua donna nel Tempio e che fra i due amanti si giocasse su questa allusione. Ma giocavano sicuramente su un altro piano…. Tarocchi, iniziazione, cappella dei pianeti, Macrobio…la filosofia e teogonia e cosmologia di Pletone… Roberto Valturio, amico e consigliere di Sigismondo, in un famoso passo del De Re Militari aveva alluso a "simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia e altrettanto atti ad attrarre fortemente i dotti quanto a permanere nascosti al volgo".


Alle medesime lettere S e I, altrove, Guénon dà il significato di due simboli connessi: il serpente e l'albero o il bastone attorno al quale esso vi si arrotola e che è rappresentato da un asse verticale; di esso si trova un altro esempio nel sigillo di Cagliostro, rappresentato da un serpente e una freccia. E Guénon aggiunge: "…essenzialmente la lettera S rappresenta la molteplicità e la lettera I l'unità, ed è evidente che la loro corrispondenza rispettiva col serpente e con l'albero assiale concorda perfettamente con questo significato; è completamente esatto che in tutto questo vi è qualcosa che deriva da un esoterismo profondo…".


Altrettanto singolare è il fatto che Dante, nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133-134), faccia dire ad Adamo che il primo nome di Dio fu I (il che corrisponde alla "circolarità" e "primordialità" del simbolismo).


Un punto che permette un accostamento particolarmente significativo tra la tradizione iniziatica occidentale, rappresentata dal Tempio, e la tradizione estremo-orientale, è la palese corrispondenza del monogramma a due noti simboli taoisti. Il monogramma ha infatti strettissime attinenze con l'yin e yang, altrettanto complementari ed inseparabili, e corrispondenti rispettivamente alle lettere S e I, e ancora nell'I Ching , le due determinazioni dei trigrammi e degli esagrammi, la linea spezzata e la linea intera. E ancora la I in cinese significa "unità".


Sigismondo "et amava perdutamente Ixotta degli Atti", come dice Ezra Pound nei Cantos malatestiani. Indicava Pletone che tra i doni che gli dei diedero al nostro corpo sia per servire la nostra parte immortale e dominante, sia per approfittare del suo aiuto, sia per assaporare certi piaceri che ci sono propri…istituirono quest'unione dei due sessi, così seducente e piacevole. Quando la verga di Sigismondo faceva dio nel ventre della sua Venere ed Ixotta godeva del suo Marte di ritorno dalle guerre, archetipicamente, il Signore e la Signora di Rimini avranno associato i loro movimenti col ritmo delle onde, gli odori salmastri con l'odore del sesso. HUDOR ET PAX. Ai ritmi potenti conseguono gli umori, la spuma di Venere, la pace, la beatitudine. Se ne troverà l'illustrazione nella formella denominata "gli influssi della luna": come Venere, anche Sigismondo approda infine alla riva di un'isola beata.


Se intuiamo una conoscenza inconscia dell'ipostasi della nostra genesi acquatica, è nell'unione dei due sessi che la cogliamo: La luce penetra nella grotta. Io! Io! Con questa acutezza Pound vide, similmente a Porfirio nell'antro delle ninfe, la necessità della illuminazione nel coito, quel raro momento di natura regia e di numeri d'oro. Già Platone aveva insegnato che "tutto quest'ordine, l'Artefice taglio per il lungo, facendone di uno due, una metà sopra l'altra, e il loro centro congiunse in forma della lettera X". Questa meraviglia è presente nell'etimologia della parola sesso, sezionato. Altro guadagno si raggiunse nel Rinascimento con la felice espressione "copula mundi". Pound l'accenna: "Eleusis è molto ellittica". Cosicché il coito non è e non dev'esser altro che il rito, la ierogamia, o meglio la reminiscenza dell'estasi da cui l'Uno si fece Due. Così dunque - insegna una tradizione esoterica- l'uomo è virile per i genitali e la parola, ma passivo per il cervello, mentre la donna aperta alla fecondazione fisica e animica, è, a sua volta, fecondatrice nello spirituale. Perciò il coito congiungendo i poli opposti dei suoi membri chiude le sue sedi genitale e boccale per la ricostituzione dell'ellissi. Quale migliore immagine per la salda unione di Sigismondo e Isotta! E la sua plastica rappresentazione la si volle espressa in simbolo.


Comunque sia, resta il fatto che il simbolo grafico, così ripetuto e onnipresente, sta nel Tempio di Sigismondo in luogo della croce, dando così ragione a Guido Nozzoli che lo definiva "un tempio alchemico d'amore".
Ma torniamo sulla I, che, per Dante, è il primo nome di Dio. Essa significa propriamente l'"unità" divina", ed equivale alla yod ebraico, geroglifico del Principio, ma anche principio di tutte le lettere dell'alfabeto, quindi il punto centrale che produce con la sua espansione, il cerchio della manifestazione universale. Del resto la stessa lettera I, anche nella numerazione latina, rappresenta l'unità a causa della sua forma di linea retta, che è la più semplice di tutte le forme geometriche, essendo il punto "senza forma".
L'analogia con la croce , nella tradizione ermetica, collimante con la simbologia cinese, è di capitale importanza e collima con l'interpretazione data da Guénon: il braccio verticale è attivo, simile all'uomo che sta in piedi, all'uomo "svegliato", cosciente, l'attivo I, che passa attraverso il passivo, suggerisce un'idea di fecondazione, e proprio all'unione dei sessi rimanda filosoficamente il simbolo, ben oltre la semplice nozione di accoppiamento. L'idea, penetrando nell'intelligenza ricettiva, la feconda. Dio si unisce alla natura per generare ciò che è. La nostra energia sposa il nostro organismo, perché questo agisca. E' l'applicazione che dà valore ad ogni forza.


Sempre, a questo proposito, Yukteswar, nel suo libro The Holy Science, analizzando quella profonda allegoria della vita umana che è, nella Genesi, la storia di Adamo ed Eva, ci offre un ulteriore spunto. Poiché nell'Universo, come abbiamo veduto, tutto è formato da una duplice polarità maschile e femminile - che corrisponde all'originale doppia polarità, di spirito creante e materia creata - Adamo ed Eva rappresentano le due polarità integrate dell'Uomo Originale (che difatti molti miti dell'antichità, compreso quello raccontato da Platone, simboleggiano con la figura dell'androgino). L'albero del bene e del male rappresenta la colonna vertebrale attraverso la quale scorre continuamente l'energia vitale (detta in sanscrito kundalini), simboleggiata dal serpente.


Dopo la caduta di Adamo ed Eva, il cammino di ogni anima consiste nel tentativo di risalire fino all'integrazione originale, di riunificare le due opposte polarità e "rientrare nell'Eden". Quando le polarità sono ricongiunte si è realizzata "la Grande Opera", avvengono quelle che la tradizione alchemica chiama "le nozze filosofiche", il "rebis" o l'androgino platonico.

Del resto il simbolismo del tempio, nasce soprattutto sulla base degli insegnamenti dottrinari di Gemisto Pletone, pitagorici, platonici ed ermetici.
E' notevole che la stessa scoperta dell'America sia indirettamente dovuta a Giorgio Gemisto Pletone, che trasmise in Occidente nel 1438 la perduta "Geografia" di Strabone, che Cristoforo Colombo utilizzò come principale autorità per convincere gli scettici sulla sua idea di configurazione della terra.
Sarà infine curioso notare come il dollaro, adottato come unità di moneta dagli Stati Uniti d'America nel 1792, quindi esattamente 300 anni dalla scoperta dell'America, dal massone George Washington, le cui banconote recano inequivocabili immagini massoniche, abbia come simbolo una "s" percorsa in verticale da due linee (principio attivo ascendente e discendente), benché in caratteri tipografici esso sia più comunemente riprodotto con una sola linea:

$

Alcuni romantici hanno vagamente intuito nel Tempio Malatestiano un Tempio d'amore. Si potrebbe quasi credere, dal punto di vista psicanalitico, ad un effetto dispiegato dagli archetipi in proposito disseminati nel Tempio, o simbolicamente a un effetto magico dei simboli sparsi.
Il Tempio contiene innumerevoli accenni all'unione sessuale. Non solo i simmetrici medaglioni di Sigismondo e Isotta, ma essenzialmente le innumeri sigle congiunte adombrano nascostamente l'androgine spirituale. Possiamo accostare l'atto sessuale a quella stessa condizione di morte attiva che si compie nell'iniziazione. Il potere della sessualità si chiarisce meglio nella tradizionale nozione indù del kundalini, un "potere serpentino".


Dobbiamo ipotizzare che la cerchia di Sigismondo fosse a conoscenza di elementi non ammessi esplicitamente dal Nuovo Testamento e che sono noti pubblicamente solo da pochi decenni attraverso i cosiddetti "Vangeli gnostici", scoperti nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto, nei quali si proclama la superiorità di Maria Maddalena rispetto agli Apostoli e dai quali emerge un rapporto intimo di tipo sessuale tra Gesù e Maddalena ed un contrasto continuo tra essa e Pietro, il fondatore della Chiesa Cattolica Romana. Naturalmente considerato il sessismo della Chiesa, questa conoscenza doveva restare occultata.
E' interessante notare come sedici anni prima della scoperta lo scandaloso scrittore David Herbert Lawrence, più noto come l'autore de L'amante di Lady Chatterley, pubblicò un romanzo noto come The Man Who Died, il cui titolo originale è The Escaped Cock. Nel romanzo di Lawrence Gesù, l'uomo che era morto, sopravvive alla crocifissione e trova la sua vera rinascita attraverso l'atto sessuale con Maria Maddalena, una sacerdotessa di Iside. L'accostamento con il dio Osiride, morto e risorto e sposo della dea, nel romanzo breve è esplicito. Nel titolo originale "Il gallo fuggito", immagine che ritroviamo nel Tempio malatestiano nell'icona di Mercurio, la figura del gallo è associato al corpo risorto-eretto, infatti in inglese cock indica volgarmente il pene, come in italiano uccello.

E' noto che i primi cristiani si ispirarono molto all'iconografia di Iside per la Vergine Maria. Nel Tempio Malatestiano sono assenti le immagini della Vergine Maria, alla dea Iside si sostituisce la dea Isotta, diva Isotta, fatto che fu ritenuto sconcertante fin dall'inizio dell'edificazione del Tempio.
Nel Tempio riminese, oltre la sigla, ne è testimonianza l'altrettanto onnipresente rosa. Ancora più l'esplicita, e già allora criticatissima, dedica alla Diva, cioè Dea, Isotta, la cui assonanza con Iside è particolarmente inquietante. L'inno alla Dea rappresentato dal Tempio è, in realtà, su un piano più ineffabile, sciolto al principio femminile divino. Sophia? La Shakti indù? Vi anche chi identifica il misterioso Baphomet templare in Sophia e Iside, come Hugh Schonfield.
Mediteremo, pitagoricamente, su questa massima:
Fa' di uomo e donna un cerchio, di questo un quadrato, poi un triangolo e di nuovo un cerchio; così otterrai la pietra dei savi.
Contempleremo queste due raffigurazioni della tetraktys pitagorica.



Moreno Neri

SIMBOLO E SIMBOLI DEL TEMPIO MALATESTIANO

Questo è uno dei miei primi testi sul Tempio Malatestiano, risalente al 1999 e presente su internet fin dal 2001 nel sito del Rito Simbolico Italiano. Oggi, a mio vedere, contiene qualche ingenuità, ma così non la devono pensare una serie di gestori di siti web, che, nel corso degli anni lo hanno più o meno largamente saccheggiato ed utilizzato per parlare dei misteri del Tempio Malatestiano (quasi sempre senza citare la loro fonte). Non m'impermalisco: è una testimonianza della mia "influenza sottile".



SIMBOLO E SIMBOLI DEL TEMPIO MALATESTIANO



E' stato affermato che non vi è monumento che abbia, come il Tempio Malatestiano di Rimini, la possibilità e quasi il diritto di porsi ad emblema stesso del Rinascimento.
Il pontefice Pio II dichiarò che il monumento "non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio"- "Verum ita gentilibus operibus implevit, ut non tam christianorum quam infidelium daemones adorantium templum esse videretur". Eppure lo stesso Papa, che combatté Sigismondo Pandolfo Malatesta, lo scomunicò e lo fece bruciare in effigie, scrisse di lui: "Sigismondo conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva".
Siamo nel 1400, con il rifiorire degli studi greci, ritornò il modello di scuola (l'Accademia) che Platone fondò sulla base delle comunità pitagoriche. Sorsero allora l'Accademia Fiorentina - di cui Gemisto Pletone fu il fondatore -, l'Accademia Romana - di cui Leon Battista Alberti fu tra i principali sodali, la Napoletana e infine la cerchia malatestiana - che, sebbene non in grado di competere con la vivacità di Firenze, la solennità di Roma e la profondità di Napoli, rappresentava un distillato di saperi cui fornirono oro puro spirituale diversi talenti dell'epoca, artefici che profusero nel Tempio riminese i tesori della loro dottrina.
Queste Accademie sono molto interessanti per le analogie che presentano con la Massoneria e forse anche per le "regole" che trasferirono ad Essa.
Dominava, ormai da secoli una filosofia ufficiale e dogmatica, che veniva insegnata pubblicamente nelle scuole e che da ciò aveva preso la definizione di Scolastica, la logica aristotelica che pretendeva di arrivare alla verità procedendo per ragionamenti rigorosi, basati su premesse considerate incontestabili.
Sulla sponda opposta il platonismo, incentrato sulla scientia scientiarum, prevedeva innanzi tutto una dottrina segreta che andava tramandata a pochi, mentre la sua radice, il pitagorismo, ha influenzato in ogni tempo le varie società esoteriche. La Massoneria ne ha mantenuto gradi iniziatici, segni, riti, simboli e tanti altri aspetti significativi quali l'agape rituale. I suoi insegnamenti sono velati ed enigmatici; attraverso Platone e Pitagora, pretendeva di aver origine dai magi caldei, dagli ierofanti egizi e addirittura dai fondatori della loro scienza, da Zoroastro e da Ermete Trismegisto, cioè tre volte grande, da cui ha preso il nome di Ermetica.
Ermete Trismegisto rappresenta il principio dell'intuizione o più esattamente dell'ispirazione sovrumana. E' curioso notare che nel Duomo di Siena, coevo al Tempio Malatestiano, si trovi nelle tarsìe del pavimento raffigurato Ermete Trismegisto, subito oltre il portale maggiore, come "in apertura di libro", a significare la preminente posizione spirituale del supposto autore del Corpus Hermeticum (composto di due opere databili tra il 100 e il 300 d.C., l'Asclepius, in latino, e il Poimander, in greco, tradotta da Marsilio Ficino nel 1471). La tarsia, databile al 1482, rappresenta Ermete che offre il dono della sapienza , all'Oriente e all'Occidente, rappresentati da un uomo con il turbante ed un altro con la cappa.
Carattere distintivo di questa filosofia era l'intenzione dichiarata di far astrazione dalle parole, per dedicarsi alla contemplazione delle cose prese in se stesse, nella loro essenza propriamente considerata. Il discepolo di Ermete era silenzioso rifuggiva da qualsiasi argomentazione e non cercava di convincere alcuno, chiuso in se stesso era dedito a profonde riflessioni e finiva così per penetrare i segreti della natura.
Siamo in un'epoca a cavallo della fine del Medioevo e del principio del Rinascimento che rappresenta, per così dire, la sintesi dell'antica Massoneria, quella dei Costruttori di Cattedrali (con la loro profonda simbologia e gli stretti rapporti con l'Ordine dei Templari) e quella degli umanisti esoterici e platonici (con la loro pratica dell'"arte " ermetica). Nelle Accademie si rivelano i principi delle antiche scienze sacre sotto forma di Astrologia, Cabala, Tarocchi, Magia e Alchimia. Queste scienze, oggi erroneamente considerate morte, avevano tutte un medesimo campo d'applicazione: il discernimento delle leggi nascoste che reggono l'Universo; ed un'altra peculiarità: la finalità perseguita non era solamente speculativa, ma eminentemente pratica, mirando a un risultato effettivo, ad un'ambizione suprema che si definiva realizzazione della Grande Opera.
Siamo in una sorta di fase preistituzionale della Massoneria ed è opinione diffusa che Essa, anche per il suo aspetto speculativo, nell'elaborare i suoi princìpi, si sia ispirata alle Accademie.
Qualche cosa di singolarmente strano dev'essere stata la corte di Rimini sotto l'audace condottiero Sigismondo Malatesta. Della sua confraternita, di cui egli era chiamato "re", fecero parte, tra gli altri, artisti, filosofi, poeti ed eruditi: Leon Battista Alberti, Giorgio Gemisto Pletone, Matteo de' Pasti, Roberto Valturio, Basinio da Parma, Agostino di Duccio, Matteo Nuti, Piero della Francesca, Giusto de'Conti, Bonifacio Bembo, Tobia del Borgo, Porcellio, Trebbiano, Biondo da Forlì, Francesco Filelfo, Gaspare Broglio Tartaglia… e alcuni di loro il Malatesta onorò a tal punto da accoglierne le salme nello stesso Tempio nel quale aveva disposto la sepoltura per se stesso.



Nel 1464 Sigismondo, al soldo di Venezia, è alle Crociate in Morea. Là, c'è Giorgio Gemisto Pletone, morto: ha insegnato in Italia, forse a Rimini e certamente a Firenze; incarnava, vivo, il platonismo; ha attaccato il latifondo ecclesiastico, ha propugnato una forma di comunismo classico, un'organizzazione platonica, appunto, della società. Gemisto aveva sviluppato un sistema filosofico eclettico nel quale l'audacia del suo pensiero si era alleata ad una naturale tolleranza, ad una curiosità che non gli permetteva di disprezzare alcun apporto intellettuale, senza prima digerirlo e incorporarlo alla màdia del suo spirito; fu erede del pitagorismo e dei neoplatonici ma anche degli gnostici alessandrini e della seduzione ineffabile della cabala. Il seme che diffuse germinò in una feconda avventura, che sarebbe sbocciata nell'Accademia fiorentina e nello splendore mediceo, infine, nei frutti dei suoi discepoli Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Sigismondo ne preleva le ceneri. Pletone riposerà, con gli altri dotti, nelle arche del Tempio pagano-cristiano che fanno corona alla sepoltura di Sigismondo, allievo della Tradizione.

Voluto da Sigismondo dal 1450, sia per innalzare un monumento imperituro all'amore per Isotta "forma et virtute Italie decori" (decoro d'Italia per bellezza e virtù), sia per dare la misura della sua sapienza umanistica, già nel 1458 i suoi lavori vengono sospesi e non ne viene ultimata la copertura, nel 1461 il Tempio aveva un tetto da cui entravano pioggia, neve e vento, col rischio di una generale, tragica rovina.
Ma, fin dal principio, era evidente un elemento allegorico imprescindibile e che dovrebbe essere chiaro ad ogni Maestro Architetto: il Tempio non veniva costruito per essere terminato, ma era un'opera destinata ad attraversare i secoli, diretta verso la sua imprecisabile e quindi remota inaugurazione, in un sentimento d'eternità non formulato, ma plasmato da inaugurazioni minori (oggi una cappella, domani una balaustra, qualche tempo dopo un'arca), come punti fermi per apprezzare l'indiscutibile avanzamento della costruzione, ma anche come gradi e stimoli rivitalizzanti di cui il principe e la sua corte avevano bisogno per mantenere in sospeso una così incommensurabile speranza. Infatti, ciò che dà un brivido singolare al sogno incompiuto del principe riminese, è il sospetto contenuto nella voluta manifestazione di questa continua costruzione, l'intuizione della vertiginosa proposta che sorge dall'interrotto progetto: lontano come restò da quel che doveva essere il definitivo incontro con la sua forma, eppure abbastanza vicino a questa da lasciare intravedere la sua smisurata natura.


Come il lavoro del Massone, al pari di quello del Tempio in perenne costruzione, l'opera di Sigismondo Pandolfo Malatesta non ha mai fine. L'incompiutezza del progetto, del lavoro architettonico di Sigismondo e dell'Alberti, non solamente doveva essere prevista: era presumibile, necessaria. Ed è possibile e desiderabile che tale idea abbia reso meno duri i giorni del tramonto, in cui si prolungò l'agonia di Sigismondo.
"Qui giace colui che era nato da se stesso" pensò di far scrivere nel suo epitaffio, ma Isotta lo dissuase per non prolungare nella sua morte le accuse che avevano proliferato nella sua vita, proprio lei che invece, sulla sua di tomba, vorrà il prudente motto "Tempus loquendi, Tempus tacendi", altra massima tradizionale, tratta dall'Ecclesiaste (3,7), ma sottoposta ad inversione, non solo tra le più difficili e rigorose, ma anche tra le più proficue, perché come dice il maestro del taoismo Lao-Tzu: "colui che sa non parla, colui che parla non sa".


D'altra parte quel che pensò Sigismondo - e non scrisse - non si discosta dalla Tradizione e dalla Filosofia Perenne: "io vivo, eppure non sono io, perché è il Logos che vive me". Un concetto che era stato espresso anche nella Persia del IX secolo dal sufi Baiarid Al Bistami: "io andai da Dio a Dio, finché essi gridarono da me, in me: 'o tu io!'". Affermazioni di questo tipo anche in Persia fecero allora gridare al sacrilegio.
Ma così è la chiesa, ogni chiesa intollerante e ottusa. Pio II Piccolomini, mentre scomunicava Sigismondo, canonizzava Caterina da Siena che solo mezzo secolo prima aveva scritto: "il mio Me è Dio, né altro Me conosco".
Ma né il paganesimo né l'esaltazione dell'amore sensuale e umano, né la sua fastosità né la provocatrice audacia del suo presunto individualismo erano la chiave del progetto.
Per accedervi, per comprendere quel che Sigismondo sapeva - e senza dubbio anche Isotta, l'Alberti e pochi altri del cerchio degli iniziati: Matteo, Agostino, Basinio e Bonifacio (che da pochi anni aveva terminato uno tra i mazzi di carte più belli del mondo, il Tarocco Visconti, le cui 78 lamine fungevano da biblioteca muta nelle adunanze della confraternita malatestiana) -, alla stessa maniera della lettura degli arcani, bisognava arrestarsi nei dettagli, ripassare uno ad uno gli elementi della Cappella dei Pianeti e metterli in rapporto con le risposte speculari che si trovavano in quella delle Arti Liberali o retrocedere verso la Cella delle Reliquie o ascendere verso l'Arca degli Antenati o verso i cenotafi che attendevano Isotta e gli iniziati. A questo punto, cominciando a districare la trama da uno qualunque dei suoi punti - per esempio la proposizione dello Zodiaco, per esempio le nove Muse con Apollo che le rischiara con la sua fiamma immortale, la "decade universale", simbolo del "denario" - si poteva giungere ad un'intuizione: il Tempio era una metafora del mondo, il suo tema, la storia dell'umanità.
E' abbastanza singolare che , per oltre cinque secoli, nessuno abbia sfogliato le pagine del misterioso trattato di alta filosofia di Bonifacio Bembo, mettendole in relazione con l'iconografia del Tempio malatestiano. Infatti per interpretare con una certa precisione il suo simbolismo iniziatico, nulla può aiutare quanto le ventidue chiavi dei tarocchi. Ma, probabilmente, ciò non è avvenuto proprio per quanto afferma l'iniziato Oswald Wirth, e cioè che i tarocchi "costituiscono l'autentico Alfabeto degli iniziati, grazie al quale un intelletto sagace può imparare a decifrare taluni enigmi grafici, destinati a trasmettere segreti che sarebbe pericoloso diffondere senza discernimento.".
Non c'è bisogno di scomodare Fulcanelli che ne "Il Mistero delle Cattedrali" afferma che esse furono "costruite dai Frimasons per assicurare la trasmissione dei simboli della dottrina ermetica". Persino nella letteratura moderna, oramai ci s'imbatte spesso nella teoria secondo cui le chiese medioevali erano gli equivalenti architettonici, scultorei e pittorici di una summa teologica e filosofale. Sono sempre di più i ricercatori, anche i più corrivamente noti spesso per i loro fantasiosi best-sellers, da Christian Jacq a Graham Hancock, da Christopher Knigt e Robert Lomas a Michael Baigent e Richard Leigh fino a Lynn Picknett e Clive Prince, i quali pur pervenendo a risultati diversi e a congetture contrastanti, sono però accomunati da due risultati convergenti: l'origine caldea ed egiziana dell'esoterismo e l'idea che molti gioielli dell'architettura religiosa cristiana fossero punti di riferimento per gruppi le cui credenze non erano tanto ortodosse quanto la storia ufficiale vorrebbe farci credere.


Va inoltre ricordato che Rimini era un'importante stazione dei Templari che qui scomparvero in maniera incruenta, differentemente da quanto accadde in Francia. E' noto come i Templari, nella loro breve parabola di vita, promossero la costruzione di cattedrali, tra cui quella di Chartres. E favorirono la costituzione di corporazioni di costruttori e muratori, che facevano parte dell'Ordine cavalleresco, godendone dei privilegi, tra cui l'esenzione dai tributi. A Rimini era fiorente una comunità di lanaioli "patarini", cioè catari.
Quel che è certo è che nella scuola iniziatica che faceva capo all'ermetismo di Gemisto Pletone e successivamente dei suoi allievi Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, il simbolo veniva utilizzato come immagine sacra che serviva da supporto ad una serie di pratiche mentali, come ponte per passare da uno stato di coscienza all'altro, come via d'accesso ad un preciso stato psichico, ad una "visione lucida", frutto di particolari tecniche affini a quella che oggi è conosciuta come "meditazione trascendentale".
Il Tempio malatestiano è dunque un "laboratorio" attrezzato per la meditazione.
Che l'iconografia del Tempio celi significati arcani noti solo alla stretta cerchia della corte malatestiana era stato rivelato da Roberto Valturio, amico e consigliere di Sigismondo, che in un famoso passo del De Re Militari (XII,13) aveva alluso a "simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia e altrettanto atti ad attrarre fortemente i dotti quanto a permanere nascosti al volgo".
Brano - dicono i moderni critici - "famoso e citatissimo da quanti sostengono che il tempio celi significati criptici ed arcani".
A questo proposito, crediamo non sia privo d'interesse - a riprova dell'interpretazione alchemica del Tempio - notare come le parole di Valturio siano stupendamente coincidenti con quelle di Geber o Jabir ibn Hayyân, scrittore arabo dell'VIII secolo, sufi ed alchimista, che formulò la prima sintesi della dottrina alchemica nel trattato, tradotto in latino nel XIII secolo, Summa perfectionis magisterii in sua natura, in cui dichiara: "Non bisogna esprimere il nostro magistero in termini del tutto oscuri, ma nemmeno con un'evidenza che lo renda comprensibile a tutti. Da parte mia lo insegnerò in modo tale che nulla ne sia nascosto ai saggi, pur senza cessare di essere oscuro agli spiriti mediocri. Quanto agli stupidi e ai folli, non potranno capirci niente…".
Del resto anche gli alchimisti greci dichiaravano di parlare soltanto per coloro che erano iniziati ed addestrati e gli alchimisti medioevali confermavano: "Tutto ciò che qui diciamo si rivolge unicamente al sapiente, non all'ignorante".
Il primo a tentare una lettura esoterica e diciamo pure massonica dell'apparato decorativo del Tempio fu nel 1928 il Fratello Giuseppe Del Piano (1874-1930), chimico riminese, proprietario di un fiorente laboratorio farmaceutico. A distanza di settant'anni il suo "Enigma filosofico del Tempio Malatestiano", sostanzialmente ispirato da "I Grandi Iniziati" di Édouard Schuré, è tuttora un modo stimolante di leggere uno dei più inconsueti e straordinari monumenti architettonici del nostro Paese. Afferma il Fratello Del Piano che si tratta di un "compito piuttosto difficile, inquantoché l'argomento, più che all'ordinaria comprensione del cervello, si rivolge alle facoltà superiori dello Spirito e specialmente all'intuizione".
L'unico altro tentativo di interpretazione della struttura mitico-simbolica sottesa al monumento elaborato dalla corte malatestiana risale agli anni cinquanta ed appartiene a Charles Mitchell, uno studioso del Warburg Institute. Condotta sulle linee dell'insegnamento ermetico, è basato su alcuni testi di Macrobio, erudito neoplatonico e neo-pitagorico del IV secolo d.C..
Entrambe le interpretazioni, come pure quelle vagamente citate en passant e attribuite in talune guide turistiche di Rimini al giornalista e Fratello Guido Nozzoli (che taoisticamente, alchemicamente, in una parola tradizionalmente, sapeva e non parlava) sono sbrigativamente, e talora con un certo imbarazzo, tacciate dalla moderna contemporanea critica come spericolate e selvagge fantasie iconografiche, con totale rifiuto della concezione esoterica, a conferma dell'oscurità del simbolo per lo spirito mediocre del nostro tempo. A conferma quindi di quella mentalità moderna di porre tutto alla portata di tutti (una vera e propria volgarizzazione nel senso valturiano e gerberico), ci si ferma a una "lettura attenta, e però non troppo fantasiosa" degli aspetti decorativi del Tempio, che non porta, in definitiva, a nessuna superiore conoscenza, tendente a negare tutto ciò che la supera e soffocando tutte le possibilità riferentesi a un campo più elevato.
Pesa su questa impostazione della critica moderna, come un macigno, l'estetica crociana. Di Croce sono peraltro note le sue opinioni antimassoniche e controiniziatiche.
Si vuole qui ricordare cosa scrisse Benedetto Croce, al fine di comprendere meglio i suoi contemporanei epigoni.
Scrisse che "decorazione vale semplicemente arte" e che "anche nei grandi cicli profani, tutti giuochi, danze e idilli e trionfi bacchici, che paiono volere soltanto lusingare i sensi e rapire l'immaginazione" il cercare in essi intenzioni e significati riposti "alimento allo spirito, che solo la nostra indifferenza in proposito o la nostra ignoranza impedisce di ricercare e scoprire" potrà al massimo far scoprire la chiave astrologica di quella determinata opera d'arte.
Né il tetragono Croce e i suoi caparbi eredi si fanno scalfire dalle parole di Roberto Valturio o dalla Tradizione che vuole che in un'opera d'arte vi sia una lettura dei simboli. L'attenzione che vi era allora al contenuto e all'allegoria dei simboli secondo Croce infatti "non conferma niente, giacché non è da ammettere il principio che un critico contemporaneo giudichi meglio di un critico posteriore, come non è da ammettere l'inverso…dividendosi i critici non in contemporanei e posteriori, ma unicamente intendenti o no di arte, sensibili o no al bello". E Croce appare soprattutto infastidito da quanti hanno "fame di allegorie e di ritrovamenti del significato", irridendo gli stessi come "spiriti bizzarri e vanesi che par che immaginino che, oltre la storia visibile, ce ne sia un'altra invisibile, la quale ad essi è o sarà concesso svelare con lo stabilire sottili confronti, da loro immaginati, tra i fatti: sicché i loro racconti storici prendono aria di scoperte di cospirazioni e di intrighi ed essi di abilissimi investigatori o piuttosto poliziotti.".
L'avversione di Croce è soprattutto diretta verso Warburg, il fondatore del maggior istituto di studi rinascimentali, al quale , tra l'altro, Charles Mitchell appartiene, come per altro, la grandissima Frances Amelia Yates, i cui studi su Giordano Bruno e la Tradizione hanno fortissima attinenza con quanto qui trattato.
Aby Warburg infatti, partendo dalla premessa dell'origine dell'opera d'arte come cooperazione tra committente e artista e quindi frutto di un'azione reciproca, in assenza di una documentazione storica su questo fecondo scambio era giunto a questa conclusione:
"Dello scambio di sentimenti o pareri fra committente e artista esecutore solo di rado qualcosa giunge al mondo esterno…sottraendosi in tal modo perlopiù alla consapevolezza personale e storica. Bisognerà quindi, giacché le deposizioni di testimoni oculari sono così difficilmente reperibili, convincere di colpevolezza il pubblico coinvolgendolo nell'indagine mediante prove indiziarie".
Neppure vanno dimenticate nel 1959 le annotazioni di André Chastel in "Art et Humanisme", né gli interrogativi sull'interpretazione pagana del Tempio di Franco Gaeta nel suo saggio "La 'leggenda' di Sigismondo Malatesta" del 1978. Da allora ulteriori studi in tal senso hanno toccato tangenzialmente il maggior monumento riminese. Bastino qui i nomi di Frances A. Yates ed Edgar Wind - entrambi del Warburg Institute come Mitchell - e quelli dei nostri Eugenio Garin ed Elemire Zolla.
Va segnalato, infine, che il 13 settembre 1998, un servizio giornalistico nel supplemento domenicale del più autorevole quotidiano economico d'Italia Il Sole 24 ORE, dedicato al Tempio, fa arrivare l'autore, Marco Bona Castellotti, a concludere che "prende consistenza la concezione del Tempio Malatestiano, platonizzante e ermetica, intessuta di esoterismo e non estranea a influenze orientali". Un vero squarcio di luce nell'oscurata mentalità moderna.
Ogni opera che minacci di stroncare il sistema generale viene accuratamente occultata. Alla gente, al volgo di Valturio non piace che si riempia il vuoto delle storie che si raccontano.
Questo imbarazzo, quando non addirittura odio e ostilità, verso il mistero, il segreto, l'esoterismo, appaiono come la fantasia di supposti "privilegi", istituiti a vantaggio di qualcuno, e ostinatamente la mentalità moderna nega qualsiasi superiorità e odia tutto ciò che va al di là del livello "medio" e si discosta dall'uniformità. In realtà, come la tradizione insegna, le verità di un cert'ordine, per loro stessa natura, sono comprensibili solo per chi è qualificato per capirle, mentre per altri, come abbiamo visto, restano impenetrabili.
Insomma anche il Tempio si rifà a quella Tradizione che è di per sé affine e compartecipe dell'esoterismo, in quanto tende a rimanere immutata nel corso dei secoli, quanto meno nella scelta del repertorio simbolico, senza farsi condizionare dai mutamenti di gusto artistico che avvengono d'epoca in epoca e nelle diversità da luogo a luogo, a riprova della sua primordialità sovrumana nel tempo e della sua circolarità diffusa nello spazio.
I simboli non sono dunque rivolti a chiunque, ma destinati soltanto a coloro che vogliano risvegliare le idee assopite nel nostro intelletto. Diversi perciò dalle parole, dalle formule razionali, aristoteliche, di cui non si vuole contestare l'utilità pratica e scientifica (anche se la fisica, oggi, se vuole spiegare non può non rifarsi alle dottrine tradizionale, taoiste, pitagoriche…). Queste ultime corrispondono ad un pensiero rigido, bloccato, artificialmente delimitato, tanto da apparire come immoto rispetto al pensiero indefinito, complesso e mobile che si riflette nei simboli, la cui conoscenza è per sua natura incomunicabile attraverso discorsi e scritti; la si può conseguire, come abbiamo detto, solo attraverso la meditazione: è necessario entrare in se stessi e s'ingannerebbe chi la cercasse fuori di sé. Questa è l'interpretazione da dare al "conosci te stesso" di Socrate.
La comprensione del Tempio, inteso come simbolo riferito all'Uomo, come ci ricorda l'imperativo socratico ancora apposto sul frontone di quello massonico e già inciso sul Tempio di Delfi dedicato ad Apollo, rimanda al lavoro di squadra incompiuto che Sigismondo con i suoi compagni d'arte intraprese.
Chi infatti, socraticamente, è riuscito a conoscersi impara per ciò stesso a relazionarsi con ciò che, erroneamente, è creduto l'altro da sé, a discernere l'Unità fondamentale nell'identità del tutto. Con questo lavoro di profondità ed equilibrio, il pensiero, attraverso la meditazione, giunge a conoscere mentalmente ogni cosa, ad appropriarsene per amarla.
Questa analogia è ulteriormente rafforzata dalla natura stessa dell'esperienza iniziatica. Possiamo anche rifarci alla tradizione orientale in cui essa viene descritta come una visione diretta, che sconfina dall'ambito dell'intelletto e che si raggiunge "guardando più che pensando", esplorando all'interno di se stessi mediante la meditazione.
Nel taoismo - la parte esoterica dell'antica filosofia cinese, quella basata sulla conoscenza intuitiva, mentre il confucianesimo, di natura razionale, è la parte essoterica, così come per analogia nel nostro Occidente due filosofie si sono spartite lo spirito: l'aristotelismo, logico e razionale, e il platonismo, enigmatico, allegorico, simbolico, ermetico dal nome del fondatore di questa scienza sacra - nel taoismo, dunque, questo concetto di osservazione è sorprendentemente racchiuso nel nome stesso con cui si indica il tempio taoista, guan, il cui significato originario è quello di osservare, ventesimo esagramma dell'I Ching. Anche il taoismo, esattamente, considera il tempio come luogo d'osservazione, così come analogamente avviene nella nostra lingua, tempio e contemplazione, dalla radice temn, nel suo significato di osservare, ma anche nel senso di discernere, che esprime il concetto di divisione e separazione rispetto al profano, espresso anche nel cinese guan, che significano anche torre e monastero, ciò che sta in alto ed è separato.


Del resto in un testo, non pubblico, della Libera Muratoria si osserva che "il Tempio è un simbolo complesso, la punta di un iceberg, il contenitore di numerosi altri contenitori, il Labirinto all'interno del quale è sempre ritrovabile l'Universo, l'Uomo, la sua Storia, la sua Intelligenza, la sua Essenza".
Al pari della opera di Sigismondo ci fa sembrare assolutamente desiderabile ciò: e cioè che tutta la vita di un uomo si trasformi in una specie di rituale continuo, che ogni oggetto del mondo intorno a lui debba essere considerato un simbolo dell'eterno fondamento del mondo, che tutte le sue azioni debbano essere compiute con un senso di sacralità.
Senza un'adeguata conoscenza di se stessi, non si può dare adeguata conoscenza del Grande Architetto.
L'uomo che ha imparato a considerare le cose come simboli, le persone come templi dello Spirito e le azioni come riti, è un uomo che ha imparato a ricordarsi di continuo chi egli è, dove si trova in relazione all'universo e al suo Fondamento, come si deve comportare con i propri fratelli, e quello che deve fare per giungere alla meta finale.
Per ora continueremo a vagare nel Labirinto e a discernere, ovvero a con-templare, altri simboli del Tempio riminese.

SEQUITUR

Moreno Neri

Il Tempio Malatestiano bombardato

Ho già parlato di Yuri Stoyanov in un precedente post. Ne ho anche parlato nel testo della mia presentazione a Stones of Rimini pubblicato in questo post.  
Nel 2002 mi inviava dal Warburg Institute queste foto del Tempio Malatestiano bombardato. 




Rimini, Tempio Malatestiano, Navata, guardando verso l’altare principale, neg. Major Paul Gardner, dicembre 1944

 Rimini, Tempio Malatestiano, Muro sinistro della navata solcato da una lesione, neg. Major Paul Gardner, dicembre 1944
 
 Rimini, Tempio Malatestiano, Dettaglio decorativo della facciata, non danneggiato, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


 Rimini, Tempio Malatestiano, Lesione sulla facciata meridionale dovuto al cedimento della medesima, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, Angolo sud-occidentale. La linea del plinto mostra chiaramente lo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, Facciata meridionale, lesione dovuta allo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


Rimini, Tempio Malatestiano, Facciata settentrionale, con lesioni dovute allo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


 Rimini, Tempio Malatestiano, Lesioni causate dallo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, L’esterno dell’Alberti ha sofferto pochissimo, tranne che per lo strapiombo della facciata (qui visibile come una rottura nella linea del plinto lungo la fiancata) che richiederà la completa ricostruzione della facciata e dei due basamenti, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945




Il rapporto ufficiale dei danni al Tempio Malatestiano è offerto da Emilio Lavagnino, Cinquanta monumenti italiani danneggiati dalla guerra: Testo di Emilio Lavagnino. Prefazioni di Benedetto Croce, C. R. Morey e Ranuccio Bianchi Bandinelli. (associazione Nazionale per il restauro dei monumenti italiani danneggiati dalla Guerra), Istituto poligrafico dello stato, Roma, 1947, di cui è disponibile anche una traduzione in inglese sotto il titolo Fifty War-Damaged Documents of Italy / Italian association for italian war-damaged monuments; text by Emilio Lavagnino; forewords by Benedetto Croce, C. R. Morey, R. Bianchi Bandinelli; translations by Sara T. Morey, Istituto poligrafico dello stato, Roma, 1946, con una relazione sul Tempio alle pp. 96-99.
Ancora importanti per i danni e le procedure di restauro, e per le fotografie dei danni, sono: Alfredo Lenzi, Corrado Capuzzuoli, Giuseppe Rinaldi, “Il restauro del tempio malatestiano a Rimini”, in Giornale del genio civile 85, settembre-ottobre 1947, pp. 381-391; Roberto Pane, “Restauri del tempio malatestiano a Rimini”, in Atti del V Convegno Nazionale di storia dell’architettura (Perugia-23 settembre 1948), R. Noccioli, Firenze, 1957, pp. 643-647; Emilio Lavagnino, “Il restauro del tempio malatestiano”, in Bollettino d’arte 35, 1950, pp. 176-184; e Italia, Ministero della Pubblica Istruzione - Direzione generale delle antichità e belle arti, La ricostruzione del patrimonio artistico italiano, Libreria dello Stato, Roma, 1950, pp. 92-107.
Vedi infine il più recente Angelo Turchini, Il tempio distrutto: distruzione, restauro, anastilosi del Tempio Malatestiano: Rimini 1943-1950, Società editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 1998, con ampio repertorio delle fonti e bibliografia alle pp. 155-159.
L’attuale forma dell’edificio è il risultato di un enorme lavoro di ricostruzione. Ogni blocco marmoreo dei muri esterni fu numerato e rimosso e l’intero edificio riassemblato. Il delicato lavoro fu finanziato con 15 milioni di lire dal governo italiano e 65 mila dollari da Samuel Kress, su sollecitazione di Bernard Berenson e Doro Levi attraverso l’American Association for the Restoration of Italian Monuments. I lavori cominciarono nell’ottobre 1947 e furono completati il 30 dicembre 1949. Di Samuel H. Kress e della Kress Foundation abbiamo già parlato in almeno un paio di nostri post (a questo link e a quest'altro link). 
Alcune informazioni sul bombardamento della città sono date da Lavagnino, Fifty Monuments, p. 98. Vedi anche Touring Club Italiano, Emilia-Romagna, 5a ed., Touring Club Italiano, Milano, 1971, p. 677; Carla Catolfi Ferri, Ferrucio Farina, Emilio Salvatori, Paolo Zaghini (a cura di), Macerie: Rimini bombardata fotografata da Luigi Severi (1943-44), Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1984. Vedi inoltre Bruno Ghigi, La guerra a Rimini e sulla linea gotica dal Foglia al Marecchia, Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1980.
Il monastero a fianco del Tempio fu gravemente danneggiato da un massiccio bombardamento del 28 dicembre 1943. In questo bombardamento furono impegnati 126 aerei, che saganciarono su Rimini un immenso carico di bombe, distruggendola. L’obiettivo ero lo scalo ferroviario, collocato al centro delle città. A causa dell’assoluta imprecisione nel tiro, ciò ebbe come conseguenza la completa distruzione della città di Rimini. Il Tempio Malatestiano, in via IV Novembre, venne colpito quattro volte, in maniera piu o meno grave: fra il 28 e il 30 dicembre 1943, il 29 gennaio, il 24 marzo ed infine il 22 giugno 1944. I più pesanti danni-furono subiti nel bombardamento del 29 gennaio 1944, che colpì anche, di nuovo, il monastero/museo. Ugo Ughi (1908-1956), Commissario straordinario al Comune di Rimini dal 27 novembre 1943 ai primi del settembre 1944, scrisse nel verbale del bombardamento del 29 gennaio al Capo della provincia: «La incursione del 29 gennaio passera alla storia per la selvaggia irreparabile offesa inferta al massimo monumento sacro della Rinascenza Italiana, testimone e simbolo delle più gloriose tradizioni storiche di Rimini, fulgida gemma del patrimonio artistico nazionale: il Tempio Malatestiano.
Un grappolo di bombe 1'ha colpito al centro e nella parte posteriore con effetti rovinosi: 1'Abside distrutto, il tetto dell'immensa unica navata completamente crollato; 1'interno devastato; i muri perimetrali su ambo i lati dell'Altare Maggiore squarciati e, nelle restanti parti, gravemente lesionati; la grande fiancata sinistra notevolmente inclinata rispetto al suo centro di gravita; le cappelle laterali con i preziosi cimeli malatestiani e le classiche arcate parzialmente frantumate; il sepolcro di Sigismondo spaccato e scoperchiato, quello di Isotta incrinato; colonnette marmoree, fregi, lesene, motivi ornamentali e decorativi spazzati o deteriorati» (cit. in Macerie: Rimini bombardata fotografata da Luigi Severi (1943-44), fot. 20)
Poiché molti dipinti dei secoli XVI e XVII erano troppo grandi per essere facilmente nascosti, furono lasciati nel museo. Ventitrè furono distrutti, insieme a due bronzi; altri venti furono danneggiati. Le raccolte numismatiche divennero la preda favorita di ladri che rubarono circa cinquantatre medaglie malatestiane. Anche dopo la liberazione della città vi furono ulteriori danni al patrimonio culturale. Nel tentativo di trovare legna da ardere nel duro inverno del 1944, alcuni abitanti cominciarono a bruciare le cornici e le tele che erano rimaste esposte. Ancor peggiore fu il destino dell’unica parte del monastero/museo che era sopravvissuta. Le sue travi di sostegno furono ripetutamente vandalizzate come legna da ardere, indebolendo l’ultimo appoggio della struttura. Il 14 novembre 1946 crollò semplicemente, ultima testimonianza di sei secoli di storia.









venerdì 29 aprile 2011

CUSTODI DEL RITMO PITAGORICO

Ho finito, più o meno, di repertoriare le mie attività del biennio 2001-2002. Aggiungo il testo di una mia allocuzione, tenuta a Belmonte Calabro nel tardo pomeriggio del 19 maggio 2001, in occasione della Gran Loggia del Rito Simbolico Italiano e già da tempo on line su una pagina, di non facile reperibilità, del sito del Rito Simbolico Italiano. L'allocuzione fu letta in pubblico, ossia alla presenza di profani e membri di altri Riti o di nessun Rito.


TAVOLA
DEL M.·. A.·. MORENO NERI

Presidente del Collegio "Bononia"


alla Serenissima G.·. L.·. 2001
del Rito Simbolico Italiano
Belmonte Calabro, Villaggio Albergo Belmonte (VAB), 19 maggio 2001



CUSTODI DEL RITMO PITAGORICO


Gentili Signore, Venerabilissimo Gran Maestro, Eminenti rappresentanti del Grande Oriente e degli altri Riti o di nessun rito, carissimi Fratelli Maestri Architetti,





il nostro Rito oggi si presenta con un corpo vigoroso, eppure snello. E ciò è proprio per quella ricercata e accurata selezione dei Maestri che intendono entrarne a far parte, un vaglio che è determinato da quel senso della misura che ci è proprio e da quella massima tradizionale che afferma che “molti sono i portatori di ferule pochi i Bacchi”.


Ho fatto in questo istante un riferimento alla geometria e agli antichi misteri. Non vi sarà ignoto, del resto, l’asserto che il R S Isi riallaccia alle più antiche tradizioni iniziatiche italiche ed in particolare alla Scuola di Crotone, fondata da Pitagora”. Si manifesterà – certo ad un orecchio profano – attestazione spericolata e peregrina. Meno rara e tutt’altro che singolare è tale affermazione per chi è aduso alle “catene d’amore e d’unione”, per chi, come noi, ne ha saputo meditare ed introiettare i significati simbolici. Non a caso insistiamo sulla “consapevolezza che la LM costituisce il veicolo mediante il quale viene trasmessa in Occidente la Tradizione iniziatica” e sul collegamento del perfezionamento dei membri del Snella via aperta all’iniziazione massonica al modo come la Tradizione si è presentata in Italia nell’insegnamento di Pitagora”.


Oggidì quest’idea di perennità della trasmissione è come offuscata e il nostro appare un ostinato credere. Ma è la nostra àncora che ci impedisce una smorzata volonta, una sordida noncuranza. Gli altri, i profani tutti i desideri li indirizzano o verso la Città Celeste o il Progresso. L’uno e l’altro patria astrale o limite d’un tempo lineare, che tolgono il dovere individuale della costruzione terrena. Un Simbolico non può che essere solidale con un circolare od elittico sogno di durata e d’eterno ritorno, diversamente da chi pone il mito dell’Età dell’Oro esclusivamente al termine della storia, anziché porla anche al suo inizio. Su questo tempo circolare scivola la retta della nostra vita.


Neppure ci persuade il progetto di salvezza della tecnica, né tantomeno che essa abbia eroso per sempre gli altari del sacro. Anzi nell’albeggiare del sacro e del mito troveremo le necessarie e sempiterne risposte. In quello, ad esempio, del Protagora di Platone, in cui ci si svela che nella refurtiva divina di Prometeo, - fuoco e sapienza tecnica, rubate agli dei e donate l’una e l’altro ai mortali- mancava la sapienza politica. Era oltremodo custodita da Zeus e vigilata da terribili guardiani.


E, poiché [con la sapienza tecnica e con il fuoco] l’uomo divenne partecipe di sorte divina, in primo luogo, in virtù di questo legame di parentela che venne ad avere col divino, unico fra gli animali credette negli dèi, e intraprese a costruire altari e statue di dèi. Ma senza l’arte politica gli uomini non potevano coesistere e non facevano altro che distruggersi a vicenda. “Allora Zeus, nel timore che la nostra stirpe potesse perire interamente, mandò Ermes a portare agli uomini la giustizia e il rispetto, perché fossero principi ordinatori di Città e legami produttori di amicizia.


Il testo è persuasivo. Lo sfruttamento del furto prometeico da sempre ha rischiato di annientare l’uomo. Non è vero come Umberto Galimberti ha cercato invano di convincerci alla GLdel GOI che la tecnica disabilita il sacro. Essa è invece dono del primo, ma gli altri doni portici dalle mani ermetiche furono successivamente giustizia e rispetto. Pericolosa è l’una senza questi altri: Nihil scientia sine coscientia.


Compito del filosofo, diceva Pitagora, è contemplare il cielo. Il tracciato di una notte stellata misurerà dunque le nostre certezze. Osserveremo il crescere di Orione come fu osservato nel peregrinare di Odisseo e nel viaggio di Enea. Non vi è differenza tra quelli e il nostro andare. Ogni esistenza ha le sue partenze, lungo il viaggio incontreremo sirene e ciclopi, ci si imbatterà in frecce ma sovente il loro dolore ci trafigge per sanarci. La storia di antiche gesta ed opere non ci sarà qualcosa d’estraneo. Ci convincono anzi di un mondo decrepito che ha bisogno di essere ricondotto alla sua giovinezza, di un Occidente che non è più in grado di intendere il linguaggio del mito, del simbolo, degli Antichi Misteri. Ma poiché nel mondo delle idee nulla si distrugge, l’originario messaggio è sopravissuto presso la nostra Istituzione per quanto orbato della sua remota e primigenia luce.


Secondo Platone il numero nasce dalla osservazione del cielo e dei cicli planetari, dando luogo alla “difficile scienza del sorgere e del tramontare degli astri”. Una scienza che poi, per così dire, “atterra”. Simbolo ne fu lo gnomone che altro non fu con stilo e piano che una squadra confitta nella terra. All’ordine dei cicli celesti, il perfetto e calcolabile moto del Sole, della Luna, dei pianeti, deve corrispondere un eguale ordine e similarità degli eventi terrestri, e non solo di quelli naturali, ma anche di quelli umani. “Ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso e ciò che è in basso è come ciò che è in alto, per fare il miracolo dell'Unità...”. Esso rese possibile rappresentare la crescita e la diminuzione di grandezze, mantenendone inalterata la forma. Tramite esso si costruirono i templi: “il prodotto avanzato di un’arte della misura di origine rituale, che aveva tra i suoi compiti quello di riprodurre sulla Terra gli eventi celesti”.


Come uno gnomone noi siamo, l’antica squadra, lo sguardo alle stelle, ma i piedi sulla terra. Il Massone che bussa alla porta del XXI secolo è oggi più che mai un costruttore di templi.


Si addita dunque un compito esaltante: la gioia del viaggio, della nostra divina rotta, non sta nella tappa che si raggiunge, ma nel viaggio in se stesso. La felicità che l’iniziazione procura non sta nelle molteplici scoperte dovute alla ricerca, ma nella ricerca in quanto tale.


Ed anche nei più duri momenti, quelli in cui l’astro della LM pareva oscurato, anche nei momenti de ”l’inverno del nostro scontento”, l’architrave del nostro Tempio si è sostenuto sulle solide e imperiture colonne dell’arte architettonica che ci si mostrano, mirabilmente condensate, in queste parole di Marguerite Yourcenar, tratte dalle Memorie di Adriano, quell’imperatore che poc’anzi il nostro Gran Maestro ha citato:


Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine. La pace si instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che noi abbiamo tentato d’infondervi. Non tutti i libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, ad intervalli regolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente.”


Se perciò l’età dell’oro, quella dell’armonia e dell’ordine è ciclica ed intermittente, ci atterremo alla norma del distacco. Metteremo da parte l’Io. Davvero ci svestiremo dei metalli. Bisognerà ripulir la testa, nettare, a colpi di sapone e bastone, i pregiudizi da difendere, le passioni e i desideri da coltivare, le paure da sedare. Dei juvantibus, con l’aiuto di quegli dei che presiedono a questo genere di lavori, s’accenderà, allora, un lume, affiorerà il dono della chiaroveggenza e quello della libertà. Allo sguardo dell’uomo i confini appariranno più sterminati di quelli cui è subordinato ed assuefatto. Non è detto che quel raggio di sole debba restare un lampo. Taluno coltiverà in permanenza quest’altro e ulteriore modo di sentire il mondo come un’intima e incombente necessità e considerererà dunque il Grande Architetto come - affermava il Fratello Proudhon - “un’ipotesi necessaria”.


Lo si ripete, se il nostro obiettivo è quello della rigenerazione, della pitagorica palingenesi, ci orienteremo verso il processo e non l’esito. Stiamo navigando su queste rotte perché vogliamo arrivare in porto, ma il vero motivo del nostro viaggio è che vogliamo compierlo. E ne abbracciamo la saggezza dell’incertezza.


Saggezza dell’incertezza significa distaccarsi dal metallo del passato, il passato è la prigione delle cose note, e ne fuggiremo per entrare in quegli spazi sterminati ed ignoti. Un neurobiologo vi dirà che l’uomo medio elabora circa 60.000 pensieri al giorno. Sorprendente! Ma ciò che imbarazza è che il 90% di essi sono quelli di ieri. L’uomo medio è un fascio di riflessi condizionati, di nervi costantemente scatenati da persone e circostanze che producono esiti prevedibili.


I versi d’oro pitagorici ci insegnano: “Agisci in modo che nulla possa danneggiarti e non agire senza riflettere. Fa che i tuoi occhi non accolgano il dolce sonno prima d’aver ripercorso per tre volte gli atti della giornata. In che cosa ho mancato? Che cosa ho fatto? Quale dei miei doveri non ho compiuto?… Ecco ciò in cui dovrai esercitarti, ecco il compito che richiede tutti i tuoi sforzi, ecco ciò che devi prediligere e che ti porterà sulle tracce della virtù divina”.


C’insegnano dunque ad usare i ricordi ed il passato, ma non permettono che i pensieri di ieri ci usino, il che rappresenta la differenza essenziale tra l’essere una vittima ed un architetto, demiurgo e creatore.


L’arte reale o arte regia è l’arte dell’edificazione cui corrisponde l’architettura e la geometria sacra. Il Tempio ne è l’archetipo. “Nessun ignaro della geometria entri sotto il mio tetto” raccomandava Platone, erede di Pitagora. Ma, qui e fin dal principio, è evidente un elemento allegorico imprescindibile, spesso lo ripeto quando mi si dà l’occasione: il Tempio non viene costruito per essere terminato, ma è un’opera destinata ad attraversare i secoli, diretta verso la sua imprecisabile e quindi remota inaugurazione, in un sentimento d’eternità non formulato, ma plasmato da inaugurazioni minori (che sono le opere degli uomini, alcune celebri altre dissimulate, ma non meno importanti), come punti fermi per apprezzare l’indiscutibile avanzamento della costruzione, ma anche come gradi e stimoli rivitalizzanti di cui l’Umanità ha bisogno per mantenere in sospeso una così incommensurabile speranza. Sette scalini saliamo, ma continuiamo a vederne sempre sette. La scala dei grandi misteri non ha mai fine, il senso della vita non si esaurisce, né trova una definizione esaustiva in base alle leggi della logica.


Infatti, ciò che dà un brivido singolare al sogno incompiuto del Massone, è il sospetto contenuto nella voluta manifestazione di questa continua costruzione, l’intuizione della vertiginosa proposta che sorge dall’ininterrotto progetto: lontano come resta da quel che deve essere il definitivo incontro con la sua forma, eppure abbastanza vicino a questa da lasciare intravedere la sua smisurata natura.


Come il lavoro del Massone e del suo Tempio in perenne costruzione, cosi è l’opera dell’Umanità. L’incompiutezza del progetto, del lavoro architettonico di ognuno di noi e dell’Umana Famiglia, non solamente deve essere prevista: è presumibile, necessaria, come la stessa ipotesi del Grande Architetto. Repetita juvant: non c’è il porto, c’è la barca che naviga verso il porto e non giungiamo a destinazione perché la meta è il cammino.


Nelle caratteristiche dell’operatività del nostro Rispettabilissimo Rito, assieme al richiamo all’approfondimento dell’insegnamento pitagorico, si dà rilievo anche alla molteplicità di questi cammini “che la Conoscenza realizza e della diversità delle forme che l’Architettura realizza”. Possono dunque esistere molteplicità d’impostazioni di pensiero. E’ noto e si è più volte messo in evidenza che la Tradizione Occidentale, così come storicamente si presenta nella moderna Massoneria, ha una triplice ascendenza: quella ebraico-allessandrina, la cristiano-cavalleresca e la nostra, quella ellenico-romana, che tra le sue origini dalla Schola Italica, voluta da Pitagora e che è stata la pietra di fondamento di tutta la filosofia analogica occidentale, da Platone ad oggi. Questo assunto per noi Simbolici è una divisa, e cioè che ogni traguardo verso la Conoscenza richiede all’inizio una scelta discriminatoria, ma che nel procedere del Cammino la forma architettonica prescelta conduce, in ogni caso, alla realizzazione del Tempio. Geometricamente paragoneremo questi cammini ai raggi che partiti da un punto qualsiasi della circonferenza si ricongiungono al centro. In proposito i Fratelli degli altri Riti scopriranno l’esistenza di analogie con la nostra Tetraktys, il cui simbolo viene praticato nelle nostre Logge e Collegi. Rinverranno una piramide nel nostro Quadro di Loggia, o rimanendo nella simbologia del cerchio centrato del grado di Maestro della tradizione anglosassone, il cui valore numerico è 9, la circonferenza, ed 1, il centro, pari a 10 come la Tetraktys, noteranno in questi simboli geometrici, apparentemente diversi – appunto per quell’immutabilità nella varianza -, l’ascesa dal molteplice all’Uno. E’ questa necessaria mutabilità di forme che mantiene tra noi quello spirito di vicendevole rispetto, quella mutua deferenza ed ammirazione, quella concordia in questo grande Ordine e che, pur lasciando ai diversi Maestri che lo compongono la facoltà di scelta del Rito che gli è più congeniale, come in tutte le grandi opere della natura, sa conciliare la molteplicità con l'armonia in una medesima, unica, indissolubile Famiglia. En to pan


Dunque fin dall’antichità più remota l’obiettivo dell’iniziatica Famiglia fu d’adeguare la natura all’ordine cosmico e di far emergere l’ordine dal caos. Al ciclico ritorno dell’Età dell’Oro sta uno sforzo di approssimazione che ha alla sua base i potenti strumenti della muratoria, il tentativo di ri-creare, mattone dopo mattone, il Tempio più umano e quindi più divino.


Vi sarà dunque un modo! Tradizionalmente si chiama in causa l’uguaglianza geometrica, appunto proporzionale. La sacra tetraktys rappresenta per noi il modo più fecondo della realizzazione dell’ordine nel disordine e quindi dell’unità nella molteplicità, la connessione a quella misura suprema che è appunto l’Uno, il Sommo Bene, il Bello, il Giusto. Quell’Uno che lega la molteplicità ed esplicandosi in essa fonda la simmetria cosmica. Guai a chi persegue l’eccesso e trascura la geometria, perchè cielo e terra e dei e uomini sono tenuti insieme dalla comunanza, dall’amicizia, dall’ordine, dalla temperanza e dalla rettitudine. La eco dell’En to Pan , uno di quei pochi e saldi principi della Filosofia Perenne o Tradizione, ascoltiamo oggi nelle parole dei modelli sistemici di quanti – fisici, biologi, neurofisiologi, ecc. - si richiamano ad un approccio olistico e che sono sintetizzate nell’esergo de La rete della vita di Fritjof Capra:


Questo sappiamo. Che tutte le cose sono legate come il sangue che unisce una famiglia. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli e alle figlie della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo: Qualsiasi cosa fa alla trama l’uomo lo fa a se stesso”.


Abbiamo parlato della squadra, diremo del compasso. Quando usiamo la locuzione “rimettere in sesto” o il verbo “assestare” abbiamo forse scordato che, etimologicamente, hanno strettissime attinenze col compasso, la cui apertura corrisponde ad un sesto della circonferenza descritta e perciò l’arco a tutto sesto, per i muratori operativi fu dunque il simbolo della precisione esecutiva, dell'ordine e dell'armonia?


Platone ci invita per quanto ci è possibile a farci simile a Dio e la giusta misura né è la condizione imprescindibile. Si narra che un giorno gli chiesero “che cosa fa Dio?”.”Geometrizza senza interruzione” rispose. E nel Timeo pitagorico ci indica come modello Colui che possiede in misura adeguata la scienza e ad un tempo la potenza per coagulare molte cose in unità e per scioglierle dall’unità in molte. Cercheremo dunque la giusta misura. Opereremo come Colui che perfettamente attua la misura di tutte le cose, il Grande Architetto dell’Universo. Per quel nesso metafisico ci sforzeremo noi, più piccoli ma analoghi maestri architetti di fare ordine e produrre armonia in tutte le cose che da noi dipendono, ossia nell’etica, nella politica, nelle opere tecniche ed artistiche.


A noi sono concesse le chiavi dell’ermeneutica della storia. Ne rinverremo la matrice nella lucida tolleranza di Roma, i loro stampi in epoche le cui denominazioni suonano famigliari agli Iniziati, il Rinascimento…l’Età dei Lumi…il Risorgimento…laddove il tentativo di restaurazione del legame con le strutture esoteriche del cosmo guidò la trasmutazione del mondo in campo politico e sociale.


Felice è la città dove i filosofi sono re e i re sono filosofi!” diceva sempre Platone. “Gli esoterismi, con il loro potere di agire sui piani ideologici, guidano il mondo” afferma Jean Marques-Rivière. Sui manifesti del nostro Ordine sta scritto “la Massoneria cambia le idee del mondo”. Il nostro Ordine auspica un nuovo umanesimo. Cederemo alla tentazione, mirando ai sette scalini che sempre ci stanno di fronte, di intravvedere e trepidare poi per un nuovo rinascimento, dove la forza, come le nostre tre luci, sia sempre congiunta alla sapienza e alla bellezza? Sette scalini saliamo, ma continuiamo a vederne sempre sette. Giacché ogni conquista è pietra di fondamento della successiva, e non vi è un termine alla nostra architettonica fatica. Non v’è limite alla conquista perché non v’è limite al sogno.


Sentiamo ogni tanto serpeggiare la critica ad un Rito, il nostro, poco esoterico e piuttosto politico


Sarà noto che pur essendoci interdetta ogni politica d’azione esterna come Corpo Rituale, lasciando ai suoi Adepti ampia libertà d’azione nel mondo profano, secondo la loro coscienza, sul terreno religioso, filosofico e politico, senza dar loro alcuna parola d’ordine, il lavoro svolto nei Collegi dei MMAA è tanto iniziatico quanto implicante proiezioni culturali e politiche. Diamo al termine politico il significato originario di arte di governare gli uomini al bene ed all’equilibrio interiore, origine della felicità. Dovrebbe perciò esser chiaro che per il deposito pitagoreo che custodiamo, il nostro modello riposa sulla scienza delle proporzioni e delle corrispondenze, nella consapevolezza che l’uomo e la società sono organismi la cui salute e felicità dipende dalle relazione che unisce le parti con il tutto. Né Pitagora, né Platone obliarono l’archetipo e il paradigma dell’esoterica scienza analogica, per cui la Pòlis non essendo che l’uomo stesso sviluppato, deve rappresentare un immagine dell’uomo, come l’uomo stesso rappresenta un’immagine dell’universo e l’universo un’immagine del suo Architetto. La nostra è dunque Tradizione in atto e sua proiezione e orientamento alla storia vivente, illuminata dall’esoterismo e pertinente al mito e all’esatta, matematica, misura dei rituali praticati.


A quanti per vocazione, pur guarnendo le colonne dei nostri Templi, preferiscono forme estremamente individualistiche dell’esoterismo o per disincanto considerano vana ogni azione nell’Opera al Nero del Kali-Yuga…ad essi un momento di riflessione sul simbolo che non può che essere che quello della conversione dello sguardo su sé e sul mondo. Tornino i tempi della riconciliazione con Sé, cioè con gli altri e con l’Universo, derivata da un Cosmo solidale, rigenerato dal simbolo, solo mediante esso la teofania continua e sacralizza il mondo nella nostra coscienza. Questo tempo unificatore non ha mai disertato la temporalità dell’esperienza umana.


Potremmo infatti assimilare l’Uno alla Tradizione e le successive generazioni numeriche alla trasmissione e dedurne che non c’è tradizione senza trasmissione, non c’è origine senza una direzione nello spazio e nel tempo. Ciò che si tramanda non è dato perché permanga, non è un’inerzia, una riproduzione dell’identico, ma perché esso dia nuovamente i suoi frutti. Lavorando questa materia prima, l’erede, “lavora se stesso” e arricchisce il suo legato. La tradizione non è dunque solo ritorno al passato o aristocratico isolamento, chi la riceve non è solo il geloso depositario di una fiamma sacra ma è anche il custode che la ravviva e la corrobora, l’azione dell’esoterismo non è separazione, è soprattutto ri-creazione. Guai alla fiaccola posta sotto il moggio che non illumina come dovrebbe. La tradizione come insegna l’alchimia è la materia prima da rielaborare, per la muratoria la pietra da squadrare. Scriveva Pound nei Cantos: “Costruire il Cosmo -/ Compiere il possibile /…un po’ di luce nel buio pesto /…Puoi tu penetrare nella ghianda di luce?…Un po’ di luce come un barlume / ci riconduca allo splendore”. Il tempio offre un ambiente insostibuile per far maturare sotto la sua volta stellata alcune idee e distillarle poi nel tessuto sociale. E’ anche per quanto riguarda il nostro Tempio interiore vivente dovremo sempre più affondare nelle profondità del nostro essere, all’origine e non lasciare la presa fino a che non si sia estratto il suo Uno, la sua radice vivente e vivificante. VITRIOL. Solo allora tutti i frutti che dobbiamo portare, secondo la nostra natura ed il nostro talento, si produrranno naturalmente in noi e fuori di noi, nella società e nel mondo, come avviene ai nostri alberi terrestri, come avviene nella TETRAKTYS rovesciata, poiché aderiscono alla loro radice e ne estraggono il succo. Niente la natura ama tanto come mutare le cose – ci descive il pitagorico Ovidio nelle Metamorfosi- condurne alla ribalta sempre di nuove, perciò la nostra azione è seme di un’altra e frutto della precedente. Un’espressione del Vedanta dice: “puoi contare il numero di semi in una mela, ma non puoi contare il numero di mele in un seme, perché in ogni seme esiste la promessa di migliaia di manifestazioni”. Dall’uno al quattro – è lo spostamento dal non manifesto al manifesto – la meccanica della creazione …E’ qui quel lavoro iniziatico, esoterico e “politico”... E’, per dirlo con una formula, situarsi all’origine delle proprie virtualità e potenzialità interiori, abitare l’invisibile e radicarsi nel mondo. “essere -come dice la letteratura cristiana- non di questo mondo, ma nel mondo”. Ci è di consolazione che il nuovo paradigma della fisica è quello della Tradizione. Esso reclama a tutti, anche ai profani di cambiare la visione del mondo, di non vedere più le cose come separate, ma di vedere l’universo come un campo d’intelligenza dinamico e indivisibile, in cui ogni cosa e collegata con ogni altra. Dono divino- si diceva- fu il rispetto – rispetto deriva da respicio. Nell’altro da me appunto mi rispecchio. Chi infatti, socraticamente, è riuscito a conoscersi impara per ciò stesso a relazionarsi con ciò che, erroneamente, è creduto l'altro da sé, a discernere l'Unità fondamentale nell'identità del tutto. Con questo lavoro di profondità ed equilibrio, il pensiero, attraverso la meditazione, giunge a conoscere mentalmente ogni cosa, ad appropriarsene per amarla.


Se questa è la conoscenza che ci è concessa bisognerà pur riconoscere che l’amore, il fraterno legame con tutto è la cosa più importante, l’energia, la forza motrice, il prana, l’ultima ed autentica esperienza. Occorrerà poi smettere di chiederci sempre “che ci guadagno?” e modificare il dialogo interiore, tramutando il metallo, in “cosa posso fare per l’altro?”, spostandoci dall’io al Sé, alla coscienza universale. Di cosa abbiamo bisogno? si chiede la sentinella vigile e intransigente dell’Ordine. La risposta scoveremo nelle parole, del XIII secolo,del Maestro Sufi Rumi: “ Perché non vuoi che la parte si ricongiunga al tutto, il raggio alla luce? Nel mio cuore contengo l’universo, attorno a me, il mondo mi contiene….La cosa più importante che puoi fare nella vita è diventare un amante appassionato, e se sei un amante appassionato nella vita, allora sarai un amante nella morte, sarai un amante nella tomba, sarai un amante nel giorno della rinascita, sarai un amante in paradiso e sarai un amante per sempre. Ma se non hai imparato come amare, allora non considerare la tua vita come una vita vissuta. Nel giorno della resa dei conti, la tua vita non conterà”.


E mi sembra conveniente concludere, un ultima volta, ancora con i versi del poeta Rubén Darìo, un poeta e diplomatico nicaraguense dell’Ottocento, un simbolista e…- poteva essere diversamente? - un Fratello Libero Muratore, trovati per coincidenza e che mi paiono appunto, al tempo stesso una chiave ed un compendio di quell’analogia, che come affermavano Platone e Plotino, “regge tutto”, di quella divina proporzione che tutto lega, di quella giusta armonia che tutto dovrebbe pervadere:

AMA IL TUO RITMO


Ama il tuo ritmo e ritma le tue azioni
secondo la sua legge, e insieme i versi;
tu sei un universo di universi
e, nell’anima, fonte di canzoni.
La celeste unità che presupponi
farà nascere in te mondi diversi,
e risonando i tuoi numeri spersi
pitagorizza in tue costellazioni.
Ascolta la rettorica divina
dell’uccello dell’aria, e la notturna
raggera geometrica indovina;
scaccia l’indifferenza taciturna,
perla con perla infila cristallina
dove di verità si versa l’urna.


Moreno Neri
Presidente dei Maestri Architetti
del Collegio “Bononia”
del Rito Simbolico Italiano

Belmonte Calabro, 19 maggio 2001 EV