sabato 14 maggio 2011

Il burattino framassone

Milo Manara, Pinocchio e la Fata dai capelli turchini

Emanuele Luzzati, Pinocchio - La fata dai capelli turchini




L’ultima intervista di Elémire Zolla da “LA STAMPA”- Sezione cultura 27.02.2002

«Il burattino framassone»

Zolla: la storia di un´iniziazione ispirata a Apuleio


«Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile». Elémire Zolla, l'intellettuale italiano più introdotto nei segreti di Pinocchio (si veda il suo Uscite dal mondo pubblicato da Adelphi), risponde da iniziato, scegliendo le parole con cautela quasi sacrale e lasciando al fondo un che di enigmatico, un'eco di mistero. «Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un'altra persona di cui non è lecito parlare».

Che genere di altra persona?

«Una persona con una mentalità da martire. In quale altro libro si insegna al bambino a diffidare di tutte le autorità terrene? E chi altro può vivere disdegnando quasi completamente la giustizia umana?».

Forse lei dice «bambino» nell'accezione sacra per cui è «puer» il non iniziato.

«Ovviamente Pinocchio è la storia di un'iniziazione. Come le Metamorfosi di Apuleio. Ha presente le pagine finali? Il latino del grande retore diventa una lingua infantile quando narra l'epifania di Iside, la madre universale, colei che compare nei sogni se si sogna rettamente... Che poi in Collodi è la fata dai capelli turchini».

Un momento. Chi è la fata dai capelli turchini?

«È la prefigurazione della capra sullo scoglio nel mare in tempesta, che compare nel libro molto più tardi, e che pure ha il pelo azzurro».

Perché Collodi rappresenterebbe Iside come capra, oltre che come fata?

«Iside, nel mondo pagano, è la grande mediatrice, rappresentante di tutto il mondo animale, o meglio dell'indistinzione tra animale e umano».

In effetti in Apuleio il protagonista è trasformato in asino. Non vorrà dire che anche le orecchie d'asino di Pinocchio vengono di lì?

«Certo. Il che significa semplicemente che provengono dalla cultura di base della cerchia massonica cui Collodi apparteneva. Vede, una loggia di Firenze, al tempo di Collodi, non era luogo di modesta cultura. Certe letture erano comuni, elementari addirittura. La massoneria ferveva di una rinascita del pitagorismo antico, culminata poi in Arturo Reghini, grande scrittore e matematico in lite con Mussolini e con Evola».

Vuol dire che la letteratura antica era un codice?

«Era linguaggio elettivo per comunicare all'interno dell'ambiente massonico. E lì le cose su cui si posavano gli occhi si trasmutavano. C'è un passo di Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è Lui l'Uomo... Cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient'altro". Si attaglia alla storia del burattino, ne è la chiave».

Ma allora «Pinocchio» è un libro per bambini o una parabola massonica?

«Entrambe le cose, è questo il miracolo. La semplicità della lingua toscana in Pinocchio nasce dal fatto che Collodi sta trasmettendo una verità esoterica è non può che esprimerla così, come la narrerebbe a un bambino. È il ritegno di chi sta parlando di cose indicibili che produce questo particolare linguaggio, in Collodi come in Apuleio».

In questa chiave esoterica, che significa il nome Pinocchio? e Lucignolo? e il Gatto e la Volpe?

«In latino pinocolus significa pezzetto di pino. Per un pagano è l'albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Allora si leggeva, e di libri sul Vudù l'America di fine Ottocento era piena. Qualche massone d'oltreoceano poteva avere informato Collodi. La vita di loggia è molto strana, è segreta e piena di incontri».

Vuol dire che «Pinocchio» non può comprendersi del tutto senza conoscere la massoneria?

«No, voglio dire che Pinocchio continua un'antichissima tradizione sotterranea della letteratura italiana. In rapporto ai rituali massonici si chiarisce il significato della poesia medievale - Federico II, Dante e Cavalcanti - così come l'esoterismo della Rinascenza in tutti quei grandi che vissero l'integrazione di Bisanzio nella cultura occidentale ai tempi del concilio di Ferrara e Firenze e intorno a Enea Silvio Piccolomini, un grande gnostico: pensi alla lettera veramente esoterica che scrisse al sultano ottomano, al neopaganesimo di Pienza... Tutti, anche gli alti prelati sanno che dal culto di Iside deriva la Madonna, che la leggenda dei magi testimonia come l'atto fondante della cristianità sia l'innesto dello zoroastrismo, come può vedersi, proprio vicino a Pienza, nei rilievi della pieve di Corsignano!».

La prego, torni a «Pinocchio».

«Pinocchio, come dicevo, continua la lignée esoterica, gnostica, isiaca e neopagana, nel senso più spirituale, che è al centro della nostra letteratura».

Il che varrebbe a dire che la grande letteratura italiana è essenzialmente massonica?

«Varrebbe a dire che spesso noi italiani ci lamentiamo di non avere una letteratura all'altezza, ad esempio, di quella inglese o tedesca. Ma il fatto è che la nostra migliore letteratura, quella laica, è sotterranea e segreta, perché a differenza degli inglesi e dei tedeschi ha dovuto sottrarsi alla censura dell'ala meno illuminata e elitaria della cultura cattolica».
Silvia Ronchey






Milo Manara, Lucio trasformato in asino e Iside, illustrazione da L'asino d'oro, Mondadori, Milano, 1999, p. 56


















martedì 10 maggio 2011

Tempio Malatestiano: un "laboratorio" attrezzato per la meditazione

Altrove ho affermato che iTempio Malatestiano è un "laboratorio" attrezzato per la meditazione. E' stato Wittgenstein che ha affermato che quasi sempre rispettiamo  la scienza ritenendola un mezzo di acquisizione di conoscenza, mentre rispettiamo l'arte quale mezzo che procura piacere e tuttavia non ammettiamo che anche l'arte produce conoscenza. L'arte fornisce un altro tipo di conoscenza, che non deriva da procedure logiche: spesso si tratta di conoscenza di tipo emotivo, un sapere di tipo "poetico", che non è facilmente accessibile da parte del cervello "cognitivo", ma che non può non essere considerata conoscenza a tutti gli effetti. 






I libri e i saggi che sono stati dedicati al Tempio Malatestiano non trasmettono la stessa conoscenza, relativamente al pathos alla delicatezza e alla bellezza, che il cervello visivo ed emotivo è in grado di produrre nel giro di pochi secondi. Si tratta di un intero sistema cognitivo, che possiamo definire conoscenza emotiva, che l'arte veicola e che è difficile da acquisire altrimenti, in quanto è partecipativa e intuitiva, sintetica e non-logica, non induttiva né induttiva, forse abduttiva. Che va coltivata ed educata non con la mente del logos, ma, parallelamente, con quella del pathos. Il pathos perturba e inquieta il cogito, tocca altre frontiere del conoscere che sono connesse al terreno dell'intuizione.  Esistono dunque altri generi di conoscenza che possono essere trasmessi attraverso l'arte, o, in altre parole, la conoscenza di ampi territori della nostra esperienza della realtà è riservata all'arte.
Nell'antico rituale iniziatico al grado di "Compagno" (corrispondente credo all'antica epopteia) si viene esortati ad aggiungere "alla Forza dell'Intelletto ... la Bellezza dell'Immaginazione perchè possa suscitarsi ... l'Intuizione che trascende il Raziocinio". Al fuoco del logos va miscelato il fuoco dell'amore per acquisire la pura conoscenza. In linguaggio muratorio ciò viene detto "passare dalla perpendicolare alla livella", cioè dall'Attività - simboleggiata dal filo a piombo (verticale) - alla passività - simboleggiata dalla livella orizzontale, al fine di integrare tra loro queste due forze e trascenderle, equilibrandole.    
Questo sapere delle emozioni è inesprimibile ed è fin troppo conosciuta la proposizione che chiude il Tractatus di Wittgenstein: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere". Wittgenstein dichiarerà altrove che l'opera d'arte è capace di cogliere l'eternità e forse la bellezza è l'immagine di questa eternità.
E allora, cos'è il Tempio Malatestianoil Tempio non è soltanto un luogo in cui materiali antichi vengono utilizzati in una costruzione originalissima; è anche la realizzazione di una forte ispirazione sapienziale, anzi più esattamente, "filosofica" come testimonia Roberto Valturio:


"... quibus pulcherrime sculptae inspiciuntur unaque sanctorum patrum, virtutum quatuor ac coelestis zodiaci signorum errantium siderum: Sybillarum deinde musarumque er aliarum permultarum nobilium rerum imagines, quae nedum praeclaro lapicidae ac sculptoris artificio sed etiam cognitione formarum liniamentis abs te acutissimo et sine ulla dubitatione clarissimo huius saeculi principe ex abditis philosophiae penetralibus sumptis intuentes literarum peritus et a vulgo fere penitus alienos maxime possint allicere" (Valturio, De re militari XII, 13).
L'autore del De re militari, uno dei più stretti consiglieri di Sigismondo Pandolfo Malatesta, fa riferimento agli "occulti penetrali della filosofia" da cui il principe "acutissimo" avrebbe tratto i princìpi per la sua impresa.
Il brano di Roberto Valturio è stato spesso messo in relazione con un altro notissimo passaggio del De re aedificatoria che Leon Battista Alberti componeva proprio in quegli anni e dove l'umanista ribadisce la sua intenzione che nei suoi edifici non vi fosse cosa che non fosse "tutta filosofia" (Leon Battista Alberti, De re aedificatoria VII, 10).

Se non capisci il Tempio vedendolo, ha poco senso provare a spiegarlo. Chi lo conosce ne percepisce l'essenza. Vedendolo prima all'esterno e poi entrandovi, osservando le bellissime sculture, si dovrebbe, dopo un po', provare una connessione emotiva e intellettuale. Se il Tempio è una rappresentazione del cosmo in una struttura euritmica e musicale, allora lo si può pensare come un'armonia. Una musica che alcuni conoscono e che può essere cantata ed eseguita da talenti diversi. Molti ne daranno un'interpretazione trascurabile. Alcuni ne possono dare un'interpretazione memorabile. Non è facile, ma io ci sto provando. 








La ricerca dell’Uno nel neoplatonismo del ’400

Interessante articolo nel sito del 

Centro Studi La Runa

Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia 

Stefano Arcella, La ricerca dell’Uno nel neoplatonismo del ’400

a questo link.



Sommario
1. Linee generali della rinascita del neoplatonismo in Italia. Cenni storici su Gemisto Pletone e le prime Accademie neoplatoniche in Italia.
2. La fondazione dell’Accademia Platonica a Firenze: evocazione dell’idea di una Riforma spirituale.
3. Il Trattato “Sopra lo Amore” ovvero Commento al Convito di Platone. Motivi spirituali, filosofici e letterari di interesse attuale per il testo.
4. La dottrina dell’Amore in Marsilio Ficino. Platonismo e neoplatonismo sulla dottrina dell’Amore. I tre Mondi. La legge ternaria. I gradi della Bellezza. I vari tipi e gradi di Amore.
5. L’Amore quale Via verso l’Uno. Concezione dell’Uno. Ascesa per gli stati dell’Essere. Amore sensibile ed Amore spirituale.
***
Il saggio on line è pubblicato in La nostalgia del paradiso, Annali di Eumeswil, n.1, nuova serie, Editrice La Meridiana, Firenze, maggio 2010.

lunedì 9 maggio 2011

LA CULTURA MATRICE DELL'ETICA 2

“La cultura matrice dell’etica” è il titolo del convegno che si è tenuto giovedì 5 maggio al Santa Maria della Scala a Siena. 




Marina Romiti, Alberto Massari, Moreno Neri, Pompeo De Angelis, Pierluigi Piccini.


Pierluigi Piccini, Alberto Massari, Moreno Neri, Pompeo De Angelis, Marina Romiti.

mercoledì 4 maggio 2011

L'ACACIA N. 1 - 2010


E' uscito da pochi giorni l'ultimo numero de L'ACACIA, n. 1 - 2010.
L'Acacia, Rivista di Studi Esoterici, è la rivista semestrale della Serenissima Gran Loggia del Rito Simbolico Italiano.
Prezzo di una copia: € 10,00 - Prezzo abbonamento annuo: € 20,00
Versamento su Conto corrente postale 15000565 intestato a Angelo Pontecorboli Editore.
email angelo@pontecorboli.it





Il contenuto della rivista è in larga parte costituito dagli atti del convegno intitolato "da Pitagora all'Imperium", tenutosi a Roma il 5 marzo 2763 ab U. c. (2010 Era Volgare), in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario della fondazione del Rito Simbolico Italiano. 

Ecco l’indice di questo numero:


Balaustra del Presidente del R.S.I. Giovanni Cecconi
pp.
1-3
Vinicio Serino, Natura femminino e antiche culture mediterranee    
»
5-27
Moreno Neri, Pitagora: la sua politica, la nostra Massoneria
»
29-37
Riccardo Scarpa, Il Rito d’Ausonia
»
39-52
Sandro Salerno, Roma e il Rito Simbolico
»
53-60
Renato Del Ponte, “Imperium”, Natura, origine e sviluppo del concetto
»
61-66
Vinicio Serino, Vicende simboliche del fascio littorio
»
67-77

 



Ho gia scritto, in questo post di ieri 3 maggio 2011, che il mio articolo, per un refuso editoriale, ha perduto tutte le note. Lo si può comunque ritrovare nella sua interezza nel precedente post menzionato.

LA CULTURA MATRICE DELL'ETICA

Domani, giovedì 5 maggio 2011, alle ore 17.30 sono a Siena a Santa Maria della Scala - Sala Italo Calvino (già Sala delle Balie) in Piazza Duomo 1 per il convegno
2019 La cultura matrice dell'etica


martedì 3 maggio 2011

Il convegno sulla cattedrale riminese sfida alla chiesa riminese - Il Tempio, "scrigno di significati criptici e arcani"

Penso di essere una persona molto aperta e tollerante. Quello che però non riesco a sopportare è la pretesa di gruppi religiosi o politici di essere i soli detentori della Verità, affidata a una qualche Autorità Suprema. Pretesa a partire dalla quale si permettono di scagliare anatemi, scomuniche, demonizzazioni sulle altre espressioni di fede in un Principio, sugli altri modi di pensare i rapporti umani, sulle altre maniere di interpretare la storia, l'arte e la cultura.


Oltre al dovere (che non è solo cristiano ma universale) di consolare gli afflitti, continuo a pensare che sia un dovere speculare quello di affliggere i consolati.  
E allora ho continuato e continuerò a sottolineare l'estrema singolarità di un personaggio maledetto e "demonizzato" (sul serio! da papa Pio II) come Sigismondo Pandolfo Malatesta e l'altrettanto estrema unicità della sua opera, il Tempio, con quel suo triplice carattere: erotico, eroico ed eretico. Anche se questo non va giù alle élites culturali politiche ed ecclesiastiche della mia città, che in più occasioni si sono dimostrate ignoranti e permalose.                      

Per mostrare a quale genere di perniciosa infermità intellettuale conduce il radicalismo religioso, si può avere un saggio edificante con la lettura di un'inchiesta che abbiamo già menzionato in un precedente post del 12 aprile 2011. L'inchiesta di "Ariminol" del 20 febbraio 2003 viene pubblicata su il Ponte del 2 marzo 2003. Particolarmente interessante è l'articolo di piede "Il Tempio, 'scrigno di significati criptici e arcani'".


Sono seguite, nel numero successivo del settimanale, datato (sic) 3 marzo 2003, le repliche di Stefano Pivato, oggi rettore dell'Università di Urbino e allora Assessore alla Cultura del Comune di Rimini, e di Antonio Calderisi, allora presidente del Circolo Culturale "Giovanni Venerucci".



E la "controreplica" di Antonio Calderisi ne il Ponte del 16 marzo 2003. 
                            

Sempre per affliggere i consolati e anche per par condicio, anche noi ci rendiamo disponibili da subito a pubblicare gli elenchi degli aderenti riminesi all'Opus Dei, e comunque almeno i nomi di chi riveste un ruolo pubblico o di rilevanza pubblica. 
E, trasparenza per trasparenza, Samuel Kress, col cui denaro fu ricostruito nel 1946, pezzo per pezzo, il Tempio era un aderente alla massoneria. Da mettere nel "Libro d'oro" degli agognati elenchi di massoni della Chiesa riminese.