martedì 3 maggio 2011

PITAGORA: LA SUA POLITICA, LA NOSTRA MASSONERIA



Oggi mi è arrivato l'ultimo numero de L'ACACIA, che contiene un mio articolo.
Il riferimento bibliografico è: Moreno Neri, "Pitagora: la sua politica, la nostra Massoneria", in L'Acacia N. 1 - 2010, pp. 29-37. Purtroppo nella pubblicazione a stampa del testo sono andate perdute tutte le note (così imparo a non chiedere le bozze da correggere!).
L'articolo è la rielaborazione del mio intervento al convegno intitolato "da Pitagora all'Imperium", tenutosi a Roma il 5 marzo 2763 ab U. c. (2010 Era Volgare), in  occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario della fondazione del Rito Simbolico Italiano. 



In ogni caso, è da tempo on line sul web, ospitato nella sezione "Memoranda" del forum de La Cittadella a questo link.
Ad ogni buon conto lo ripropongo in questo post, con tutte le sue note, e ci aggiungo anche quattro immagini con le relative didascalie.


 
PITAGORA:
LA SUA POLITICA, LA NOSTRA MASSONERIA





Nella storia della filosofia quello del Pitagorismo è uno dei problemi più disagevoli. Questo perché — come è noto — la maggior parte e più precisa della nostra documentazione proviene dal Pitagorismo rinnovellato degli ultimi anni della Repubblica romana e dei primi quattro secoli della cosiddetta era cristiana attraverso i neoplatonici. Dunque le nostre fonti sono Diogene Laerzio, le vite di Pitagora di Porfirio e Giamblico, solo per fare i nomi delle autorità più celebri.
È dunque immediatamente comprensibile come in queste tarde fonti vi possa essere stata la tendenza ad arricchire l’antico Pitagorismo di gran parte dell’apporto della filosofia posteriore, soprattutto platonica e stoica. Bisogna tuttavia ricordare che, tra l’antico pitagorismo del IV sec. a.C. e la sua rinascita alla fine della prima metà del I sec. a.C., non sono poche le testimonianze che attestano come la tradizione della “scuola italica” non si spense. Fu negli ambienti romani che il Pitagorismo trovò gli adepti più ferventi (Posidonio d’Apamea, Nigidio Figulo, Statilio Tauro). Va infine sottolineato che nella serena visione di tolleranza degli Antichi — così come accadeva in ambito religioso — quelle che noi moderni “categorizziamo” come correnti filosofiche non costituivano mai un sistema chiuso e blindato, ma aperto ed integrabile. Pitagorismo, Platonismo (diretto discendente del primo) e Stoicismo avevano motivi e temi fondati su una prospettiva enoteistica che ne facilitavano un’armoniosa fusione. Le uniche eccezioni a questo intrinseco sincretismo erano costituite dal materialismo epicureo e dallo scetticismo.
D’altra parte, il fatto che le fonti su Pitagora siano “tarde”, ossia assai distanti nel tempo dal periodo in cui visse Pitagora e fiorì la sua Scuola, non deve essere motivo soverchio di preoccupazione. Noi studiosi spesso ci dimentichiamo di dire e spiegare che presso gli Antichi — dove non esisteva la nozione moderna di “diritto d’autore” e tantomeno quella negativa di “plagio” — scrivere era spesso un’opera di compilazione. Copiare da autori precedenti che si erano occupati del medesimo soggetto, ricombinare al meglio tutti gli elementi esistenti che si era riusciti a reperire era la cifra e il metodo normale dell’Antichità. Si trattava, per farci intendere con una terminologia della contemporaneità (si pensi alla musica o al web), di un metodo non dissimile da quello del “remix” o della “campionatura”, oggi favorita dalle nuove tecnologie e da un concetto di diritto d’autore sempre più labile. Con ciò si vuol dire che le notizie che abbiamo su Pitagora e sui Pitagorici beneficiano comunque, a causa del loro metodo compilatorio, di un sufficiente sostrato di vetustà e autenticità.
Ma tanto è leggendaria la figura di Pitagora, quanto resta nebulosa la sua reale posizione politica, anche se non ci sono dubbi sulla sua grande influenza politica sulle città dell’Italia meridionale. Aristosseno ci parla infatti genericamente del desiderio delle poleis di consegnare ai Pitagorici la guida politica. In genere si presuppone come ideale pitagorico quello dell’aristocrazia, ma meglio sarebbe parlare di “aristocrazia di metafisici”. Nicomaco d’altra parte descrive l’attività politica di Pitagora in modo tale da farcelo immaginare come, se non proprio un democratico, quantomeno un liberale convinto (“con i suoi discorsi, riempì le città di dottrine di libertà e le liberò”), inducendo persino un tiranno siciliano a rinunciare al potere e a dividere le sue proprietà tra la sorella e i cittadini. [1] Come nemico della tirannide ci viene descritto da Giamblico e da Aristosseno; ancora più anticamente Neante (tardo IV sec. a.C.) descrive lo stesso atteggiamento di amanti della libertà o antitirannici dei Pitagorici. Al tempo stesso vi sono anche descrizioni assai differenti, anzi, si direbbe opposte, che giungono fino al biasimo di aver tentato, lui o i suoi discepoli, di instaurare la tirannide. Le fonti sono Dicearco e Teopompo. Lo stesso Diogene Laerzio ci riferisce come le rivolte contro i Pitagorici fossero state state provocate da queste ragioni e che questa non era un’opinione di pochi.
Senza dubbio questi sono dati che ci dicono poco sulla vera concezione politica di Pitagora, prima di tutto perché il loro interesse è spostato sulle rivolte antipitagoriche, motivate democraticamente e comunque scoppiate alcuni decenni dopo la morte di Pitagora. In ogni caso i risultati confermano come può essere contraddittoria e divergente la tradizione su Pitagora. Al punto tale che la tradizione, incurante dei rapporti cronologici, ha fatto discepoli di Pitagora i più grandi legislatori italici: a cominciare dal secondo re di Roma Numa, per non parlare di Zaleuco, Caronda, Timarato, Teeteto, Elicaone, Aristocrate, Fizia. E come ultimi rampolli della scuola pitagorica Archita di Taranto e il tebano Epaminonda.
D’altra parte, tutti gli studiosi concordano sul fatto che nel secolo in cui visse Pitagora, in quasi tutte le colonie greche si viveva un momento storico decisivo. Si affacciava una nuova classe sociale, nata grazie allo sviluppo del commercio e della pirateria. Si assisteva dunque a un rapido processo di trasformazione politica ed economica che, se per una classe rappresentava un fattore di sviluppo e di progresso, per altre rappresentava un fattore di disordine e di caos.
Notissimo è il racconto che vuole che Pitagora sia stato il primo a inventare il termine filosofo. Si ha l’impressione che filosofia e politica si presentino sulla scena, in quel tempo, quali risposte alla scomparsa degli dèi sulla terra. Ma la via del filosofare è riservata a pochi. [2]

Ritratto immaginario di Pitagora. Da André Thevet, Les Vrais Pourtraicts et vies des hommes illustres, grecs, latins et payens recueillis de leurs tableaux, livres, medailles antiques et modernes …, G. Chaudière, Paris, 1584.


L’uomo — così si racconta che Pitagora spiegò a un tiranno — entra nel mondo come a una panegiria, ossia a una festa, una fiera: allo stesso modo infatti alcuni vi partecipano per lottare, altri per commerciare, altri ancora, e sono i migliori, per assistervi; così nella vita, diceva, alcuni nascono schiavi della bramosia di gloria e del comando, folli di rivalità, altri cacciatori di ricchezza e lusso, infine vi sono i filosofi della verità, coloro che contemplano l’universo, le cosa più belle. [3]
Cosa si può esigere da chi assiste a questa festa, se è un iniziato? Che osservi, evidentemente, e che faccia ogni sforzo per cogliere bene ciò che vede. Tale è l’obiettivo dell’iniziato. Egli è fatto per esaminare, con tutta la perspicacia di cui è capace, “il Primo, cioè la natura dei numeri e dei rapporti”, ossia la natura degli esseri, le loro relazioni e le ragioni del loro stesso divenire. [4] Si può dunque essere presenti nel mondo in parecchi modi, così come si può assistere in diversi modi ad una festa o ad una fiera. Si può prendere parte alle attività mercantili, acquistare o vendere del bestiame, senza interrogarsi sui princìpi di questo commercio e di questa fiera. Si può, viceversa, adottare l’atteggiamento di quelli che ricercano i princìpi delle loro attività. Parimenti, nel mondo, si può essere attratti dalla ricchezza e dal lusso, come mandrie di bestie che di niente si preoccupano più che del foraggio, senza quindi pensare ai princìpi di queste attitudini e di queste attività. Resta il fatto che possiamo — e tale è l’atteggiamento del saggio — interrogarci sui princìpi delle nostre attività nel mondo e farli nostri, ossia adottare un atteggiamento teoretico. Esso consiste nel chiedersi cos’è il mondo e chi lo governa, chi siamo, per cosa veniamo all’esistenza e per compiere quale opera, se abbiamo qualche legame e una relazione con l’essere che governa l’universo.
L’esoterismo, insomma, non sfugge a quest’obbligo di formulazione e di riadattamento permanente di verità eterne che è il marchio di tutto il pensiero dell’uomo occidentale; esso sembra legato alla volontà stessa di superamento, d’impegno individuale di conquista dell’assoluto in un universo mentale in cui la Tradizione gioca un ruolo fondamentale.
Quanto alla Tradizione, sempre Giamblico ci dice che Pitagora parlava ai giovani “mostrando che nell’universo, come nella vita, nella città e nella natura in genere, ciò che viene prima in ordine di tempo è venerato più di quanto viene dopo”. [5]
Diogene Laerzio ascrive a Pitagora tre opere: sull’educazione, sulla politica, sulla natura. [6] Questi tre scritti, se sono esistiti e non c’è motivo di dubitarne, sono andati perduti. La tradizione ci conferma, se ancora ve ne fosse bisogno, che la dimensione politica era al centro dell’attenzione del nostro Pitagora. 

Pitagora e la Musica. Cattedrale di Chartres, Archivolto del portale di destra della facciata occidentale, 1145-55.


La frattura tra l’autorità regale, da cui discendono i diversi poteri dello Stato e le varie funzioni di governo, e le nuove forme partecipative che si affacciavano alla ribalta nella Grecia del V secolo a.C. (ivi inclusa, ovviamente, la Magna Grecia), doveva essere in cima alle preoccupazioni di Pitagora. Come ben sintetizza Cristoforo Andreoli: “Il confronto in assemblea e la ricerca di una mediazione fra opinioni non disciplinate da un fattore trascendente di unificazione, sono il segno della scomparsa di quest’ultimo dalla regola di vita della comunità. Il rilievo esclusivo assunto dalla componente partecipativa, oggi intesa alla stregua di sinonimo della politica, è perciò la condizione che inevitabilmente consente l’esercizio di poteri e funzioni regali a individui inadatti ad assolverli”. [7]
È indubbio che Pitagora, attraverso l’istituzione della sua rigorosissima Scuola, doveva essere profondamente convinto che la costituzione più perfetta di uno Stato corrisponderebbe invano alle mire del più saggio legislatore, qualora la custodia di essa non fosse affidata costantemente a uomini degni di eseguirla. Di qui la necessità di una iniziazione a una nuova regola di vita. La sua associazione era aperta anche alle donne, come dimostra il celebre esempio di Teanò (nonché le numerose altre menzionate da Giamblico), e agli stranieri. Come eterìa politica, il suo forte attaccamento alla disciplina e le sue stesse modalità di affiliazione la dovevano rendere ostile all’instabilità democratica. D’altra parte il suo successo in termini di reclutamento di un buon numero di cittadini delle poleis della Magna Grecia non poteva non modificarne l’orientamento politico. L’aristocrazia della sapienza e della cultura trovava nondimeno un ampio correttivo nel profondo sentimento umano della loro dottrina morale, tanto che c’è anche chi ha visto nei Pitagorici una concezione politica illuminista ante litteram. [8]
Nello ierós lógos la morale pitagorica può così riassumersi: rispettare gli dèi e assoggettarsi alla loro volontà, restare fermamente al posto da loro assegnatoci nella vita, prestare aiuto alla legalità contro i faziosi, serbare fedeltà agli amici e dirsi che tra amici tutto è comune (philótes isótes), essere moderato e semplice nell’uso dei beni, vergognarsi quando si è agito male, guardarsi dal giurare invano e fare onore al proprio giuramento, mantenere infine il segreto sugli insegnamenti ricevuti per effetto dell’iniziazione. Si tratta, com’è evidente, di norme dettate dalle esigenze di una concezione del mondo fortemente strutturata e gerarchica.
“Che cosa c’è di più saggio? il numero. Che cosa c’è di più bello? l’armonia”. In questi due articoli del catechismo degli acusmatici sono enunciate le due idee predominanti della scuola pitagorica. Quanto all’armonia, diceva il pitagorico Filolao, la cosa più bella è “l’unità del molteplice composto e la concordanza delle discordanze”. [9]
Le leggi dell’uomo non sono altro che un’immagine di quelle cosmiche. L’armonia dell’universo deve riflettersi e agire nel mondo fisico e nella collettività, e l’intera vita degli uomini deve essere regolata secondo gli stessi princìpi dell’armonia celeste. Non solo, tutti gli individui devono tendere al raggiungimento dell’armonia interiore esercitando il controllo sui propri istinti e risolvendo le pulsioni violente, in un perfetto equilibrio tra elementi pari e dispari. Affinché ognuno possa inserirsi armoniosamente nel flusso generale della vita, trovandovi il proprio posto, è necessaria una presa di consapevolezza dei princìpi che regolano l’universo, che può essere raggiunta soltanto con una corretta e faticosa educazione. Per i Pitagorici era inconcepibile vivere senza il riferimento a una autorità dominante. Proprio per questo essi insegnavano il rispetto verso gli dei, lo Stato e i genitori, la pietà verso i defunti, la lealtà verso gli amici (tra i quali “tutto e comune”), la giustizia, l’educazione, la riservatezza, la continenza e la temperanza verso ognuno indistintamente e il rispetto verso le altre specie viventi e condannavano ogni tipo di eccesso. [10]
In un tale sistema, dove l’universo è organizzato secondo dei princìpi di ordine e armonia, nessuna parte del corpo sociale poteva essere trascurata, poiché tutto e tutti dovevano partecipare alla realizzazione del perfetto kosmos.
La concezione rigorosamente monista, come, d’altra parte, ogni concezione monarchica e gerarchica tradizionale, è infatti fondata sulla concezione monistica esoterica dell’universo. Alla monade pitagorica o al principio unico platonico corrisponde politicamente l’unicità e l’unità dell’autorità somma di governo, ossia la monarchia, nel senso etimologico del termine. Si tratta, per inciso di una nozione iniziatica, attuata in Occidente da Cesare, tanto esaltato da Dante e il cui nome designava anche in altre lingue (Kaiser, Zar) l’imperatore, seguita e propugnata da tutte le associazioni e correnti iniziatiche dell’Occidente, e che era alla base anche delle concezioni sociali della sapienza orientale ed estremo orientale. Al concetto romano di imperium, si può infatti aggiungere, tra le più autorevoli manifestazioni, il concetto musulmano del Califfato, quello indù del Chakravarti (Re del Mondo) e quello imperiale cinese e giapponese.
Come sarà più chiaro ancora nel pensiero di Platone, lo Stato giusto è quello che attua la maggior unità possibile e, d’altra parte, questo risultato può essere ottenuto solo se il governo è nelle mani dei veri filosofi. Tra questi i Pitagorici che Platone definisce uomini che “partecipano ad un tempo, sia per natura sia per educazione, alla filosofia e alla vita politica”. [11]

Platone con i suoi discepoli nei giardini dell’Accademia. Emblema musivo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 110-90 a.C.
 
La necessità di un’esigenza etico-pedagogica avvicinò i Pitagorici al modello rappresentato dallo stato spartano. Si deve ad A. Delatte [12] l’approfondimento dei rapporti tra scuola pitagorica e laconismo. L’“innegabile parentela” tra spartanismo e pitagorismo è stata lucidamente riesaminata da F. Ollier [13], che ha tuttavia escluso prestiti tra l’uno e l’altro osservando correttamente che Pitagora e i suoi discepoli si sono ispirati a un antico deposito comune della sapienza ellenica, che nei Dori e in particolare nell’arcaica Lacedemone, si era meglio preservata che altrove. Spartiati e Pitagorici hanno attinto alla medesima fonte, senza che si possa dire che i primi sono stati iniziati dai secondi. È dopo la distruzione delle scuole in Italia e il susseguente trasferimento dei Pitagorici in Grecia che nasce l’ammirazione per Sparta e sorgono profondi rapporti tra la scuola e la grande città dorica. È allora che nasce la leggenda riferita da Timeo [14] che faceva di Pitagora un ammiratore e un allievo di Sparta.
La conquista dei popoli per opera di Roma diverrà poi, più che per Alessandro e i Persiani, una missione, conferita dal fato, per organizzare con la pace romana il mondo, o meglio l’ecumene (le terre note e abitate) alla più grande unità.
Infatti non siamo venuti al mondo solo per noi, ma la nostra nascita in parte rivendica a sé la patria, in parte gli amici, cui certo non possono giovare coloro che ritirandosi in solitudine si son separati dagli uomini, come membra dall’unità del corpo.
L’armonia che governa la natura viene presa, dunque, come modello che deve regolare anche il mondo dei rapporti umani. Si tratta di un riflesso dello stato cosmico che l’uomo continua a portare nelle profondità del suo essere. Famoso è il concetto pitagorico di philia che si può illustrare con le parole di Giamblico: “Nel modo più perspicuo Pitagora insegnò l’amicizia di tutti con tutti: amicizia degli dei con gli uomini, tramite la pietà religiosa e un culto fondato sulla scienza; amicizia reciproca delle dottrine e, in generale, amicizia dell’anima col corpo e della ragione con le parti irrazionali di quella, tramite la filosofia e la contemplazione speculativa che le è propria; amicizia degli uomini fra loro: tra i cittadini tramite una sana osservanza delle leggi, tra i diveri gruppi etnici tramite la retta conoscenza della natura umana; amicizia dell’uomo con la donna, i figli, i fratelli e i parenti, tramite saldi vincoli di unione, e insomma amicizia di tutti con tutti e financo con alcuni animali irrazionali, tramite il sentimento della giustizia e della naturale vicinanza e solidarietà. Amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrarie potenze in esso latenti tramite la temperanza secondo il modello del benessere che nell’universo si produce dal concorso degli elementi cosmici”. [15]
A quale punto della scala graduata tra animale, uomo e divino fosse giunto il Samio lo attesta questa frase di Aristotele: “c’è una specie di animale ragionevole che è il dio, una seconda che è l’uomo, mentre Pitagora è l’esempio della terza”. [16] Insomma, era uno di quegli uomini ispirati e demoniaci, che sono intermediari tra l’ordine divino e l’ordine umano.
Ma molto di quanto detto in precedenza, ovvero la necessità di ricondurre la molteplicità all’unità, è mirabilmente sintetizzato in un simbolo. In breve la chiave della dottrina pitagorica è la tetraktys, la formula grafica generale dell’unità nella molteplicità: l’uno evolve il molteplice e lo pervade. La tetratktys è un modo per esprimere questa idea. Se geometricamente i primi quattro numeri corrispondono a punto, linea, superficie e solido, cosmologicamente l’Uno è Dio, il Due la materia, l’indefinito, la limitazione dell’imperfetto, il Tre la combinazione della Monade e della Diade che partecipando alla natura di entrambe esprime il mondo fenomenico, la Tetrade, o forma della perfezione, esprime la vacuità del Tutto e la Decade, o somma del tutto, coinvolge l’intero cosmo. L’universo è la combinazione del molteplice e tuttavia l’espressione di un solo spirito: un caos per i sensi, un cosmo (cioè un ordine) per la ragione.
Allo stesso modo che nell’ambito dimensionale la tetraktys rappresenta l’Uno (il vivente stesso, come ci dice Aristotele), la lunghezza, la larghezza e la profondità, sul piano elementale l’Uno corrisponde al fuoco, il due all’aria, il tre all’acqua e il quattro alla terra, ossia il percorso che va dall’elemento più rarefatto a quello più denso. [17] In un altro approccio simbolico, quello dei numeri come idee stesse o princìpi: “l’intelletto [noùs] è l’uno e la scienza [epistéme] il due (in un modo solo, infatti, essa va verso una cosa sola), l’opinione [doxa] il numero della superficie, la sensazione [aísthesis] quello del solido”. [18] 
Un’altra lista della tetraktys, oltre a quella di Teone di Smirne, si trova nella Teologia dell’aritmetica di Giamblico. [19]
La dottrina pitagorica ci pone di fronte a dei problemi che hanno al tempo stesso una portata storica, filosofica e massonica.
Tuttavia non occorre il Robert Langdon di Dan Brown per decifrare formule esoteriche e massoniche come concordia discors [20], e pluribus unum [21] o ordo ab chao [22]. Basta un Massone perspicace per scorgere in esse il loro fondo pitagorico e l’ingiunzione a “radunare ciò che è sparso” e a riportare all’uno il manifestato.
Occorre rifarsi e ripartire da uno studioso come Arturo Reghini (1878-1946), di cui mai mi stanco di esortare a conoscerlo e studiarlo. [23]
Si troverà in Reghini come il concetto di imperium implicasse la volontà di restaurazione di quei princìpi di “serena tolleranza” di tutti i culti, carattere imprescindibile della natura “romana” e, questa sì, “radice della cultura europea”, soffocati dall’affermazione delle fedi monoteistiche.
Reghini — pythagoricus latomusque insignis (pitagorico e massone insigne) come reca inciso la sua lapide nel cimitero di Budrio dov’è sepolto — con gli strumenti filologici del suo tempo, è riuscito fondatamente a dimostrare l’origine della Massoneria negli antichi Misteri pagani, nella schola italica di Pitagora e nei collegia fabrorum romani. [24]

Lapide del loculo di Arturo Reghini nel cimitero di Budrio (BO). È la stessa lastra già posta sulla tomba a terra a cura del Fratello Giulio Parise nel 1946.

Da lungo tempo, direi anzi fin dalle sue origini nel 1859, il Rito Simbolico Italiano ha scorto che la ricerca della conoscenza ha sempre coltivato non solo una caratteristica latomica, ma anche una caratteristica architettonica, se non addirittura urbanistica e pertanto civica e politica (data l’equazione tra polis, urbs e civitas). Plutarco ci tramanda, inoltre, il detto di Platone secondo cui “dio geometrizza sempre”, che rispecchia perfettamente l’attività costruttrice del Demiurgo, che cala i modelli intellegibili nella materia sensibile mediante le figure geometriche e i numeri, e corrisponde bene all’epigrafe che sarebbe stata scritta sul portone dell’Accademia: “Non entri chi non è geometra”.
Personalmente mi diverto ancora a scandalizzare i Fratelli della mia Loggia, quando si lavora in 3° grado, in genere per un passaggio, lanciando loro un metaforico guanto di sfida. Li invito a dimostrarmi, documenti e prove alla mano, che il 3° grado “azzurro” non sia un aggiunta settententesca. Non ci sono infatti prove che la leggenda di Hiram, così centrale nella Massoneria, sia antecedente al 1730. [25] In un certo qual modo sono ancora più drastico, oserei direi draconiano, del Fratello Arturo Reghini, le cui affermazioni sono da tenere in ancor più maggior conto nella considerazione che fu tra i fondatori della Rispettabile Loggia “Lucifero” di Rito Simbolico, all’Oriente di Firenze e all’obbedienza del GOI e fu nella sua vita alto dignitario, tra l’altro, e del Rito Scozzese - 33 di Piazza del Gesù - e del Rito di Memphis, il quale affermava:

“I rituali di questi alti gradi sono talora uno sviluppo della leggenda di Hiram, oppure si riattaccano ai Rosacroce, all’ermetismo, ai Templari, allo gnosticismo, ai catari..., vale a dire non hanno un vero e proprio carattere massonico, e dal punto di vista della iniziazione massonica sono assolutamente superflui. La massoneria sta tutta nei primi tre gradi, riconosciuti da tutti i riti, e posti alla base degli alti gradi e delle camere superiori dei varii riti. Il compagno libero muratore, una volta divenuto maestro ha simbolicamente terminato la sua grande opera; e gli alti gradi potrebbero avere una qualche funzione veramente massonica soltanto se contribuissero alla corretta interpretazione della tradizione muratoria ed a una più intelligente comprensione ed applicazione del rito ossia dell’arte regia.
Naturalmente questo non significa che si debbano abolire gli alti gradi perché i fratelli insigniti degli alti gradi sono liberi, e quelli di loro cui piace di riunirsi in riti e corpi per svolgere lavori non in contrasto con quelli massonici debbono avere la libertà di farlo. Però dal punto di vista strettamente massonico questa loro appartenenza ad altri riti ed a camere superiori non li pone in alcun modo al di sopra di quei maestri che non sentono il bisogno di altro lavoro che quello della universale massoneria dei primi tre gradi. Del resto è manifesto che riti distinti, come quello di Swedenborg, quelli scozzesi, quello della Stretta Osservanza, quello di Memphis... appunto perché differenti non sono più universali, oppure lo sono solo in quanto si basano sopra i primi tre gradi. Dimenticarlo o tentare di snaturare il carattere universale, libero e tollerante della Massoneria, per imporre ai fratelli delle Loggie particolari punti di vista ed obbiettivi, sarebbe mettersi contro lo spirito della tradizione muratoria e contro la lettera delle Costituzioni della Fratellanza.” [26]

La Massoneria celebra nell’uomo-costruttore la sintesi tra umano e divino. Il problema, per quel che riguarda un Ordine iniziatico, è capire se esso rappresenti solo uno sforzo verso la Conoscenza, associato ad un rigoroso abbandono dell’involucro egoico oppure se sia possibile sciogliere l’inconcludente nodo dei binomi segreto iniziatico/vita profana, speculativo/operativo, quello che nel pensiero classico tradizionale veniva chiamata vita contemplativa/vita attiva. Ora, non è qui il caso di sottolineare ancora una volta come la Scuola Italica di Pitagora mutò completamente il modo di intendere l’Uomo e il suo ruolo nella cosmo. È possibile in altri termini conciliare lo sforzo spirituale del proprio perfezionamento interiore con il pensiero e la preoccupazione della giustizia? E perché? La teoria deve necessariamente essere disgiunta dalla pratica?
Si tratta naturalmente di domande retoriche. Ma mi piace qui concludere con Platone che nella sua celebre Lettera VII, dopo i suoi sfortunati viaggi in Sicilia dove pensava di veder realizzato il suo modello politico aiutato solo dai Pitagorici, dichiarava di aver veduto che  “i mali non avrebbero mai lasciato l’umanità se prima non fosse giunta al potere una generazione di veri filosofi, o i reggitori di stato non si fossero, per qualche intervento divino, votati alla filosofia.” [27]


Moreno Neri


[1] Porfirio, Vita di Pitagora, 21.
[2] Mario Vegetti (Filosofia e sapere della città antica, in Filosofi e società, Zanichelli, Bologna, 1975, I) parla tra i presocratici di “filosofi dell’agorà” e “filosofi dell’acropoli” — Eraclito Parmenide e il nostro Pitagora —, questi ultimi depositari di un pensiero sacro che appartiene indiscutibilmente alla zona del Tempio e che non può necessariamente appartenere alla maggioranza profana della piazza.
[3] Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei piu celebri filosofi, VIII, 8; ma si veda anche Cicerone, Tuscolane, V, 3, 8; Filone di Alessandria, De specialibus legibus, II, 44-45; Plutarco, De tranquillitate animi (Sulla serenità dell’anima), 20; la definizione è anche ripresa da Giamblico, Vita di Pitagora, 58.
[4] Giamblico, Vita di Pitagora, 59.
[5] Giamblico, Vita di Pitagora, 37.
[6] Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei piu celebri filosofi, VII, 6.
[7] Cristoforo Andreoli, La «politica totale» di Pitagora, Edizioni di Ar, Padova, 2003, p. 64.
[8] Maria Timpanaro Cardini, Pitagorici: testimonianze e frammenti, La nuova Italia, Firenze, 1969, II, p. 85.
[9] Filolao, fr. 10.
[10] Cfr. Giamblico, Vita di Pitagora, 32
[11] Platone, Timeo, 19 E-20 A.
[12] Armand Delatte, Essai sur la politique pythagoricienne, Vaillant-Carmanne - E. Champion, Liège - Paris, 1922; rist. anast. Slatkine, Genève, 1979.
[13] François Ollier, Le mirage spartiate. Étude sur l’idéalisation de Sparte dans l’antiquité grecque de l’origine jusqu’aux cyniques, Impr. de la Haute-Loire - E. de Boccard, Le Puy-en-Velay - Paris, 1933, I, pp. 198-205.
[14] Timeo, Sulla natura del cosmo e dell’anima, XX, 4; Giamblico, Vita di Pitagora, 25.
[15] Giamblico, Vita di Pitagora, 69.
[16] Aristotele, fr. 187.
[17] Teone di Smirne, Matematica utile per comprendere Platone. Nel testo di questo matematico pitagorico, vissuto intorno al 70-135 d.C., si enumerano ben undici analogie della tetraktys (quali, ad es., il quaternario delle stagioni, le quattro età della vita, le quattro parti del corpo): vedi Theonis Smyrnaei philosophi platonici expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem utilium / recensuit Eduardus Hiller, in aedibus B. G. Teubneri, Stutgardiae - Lipsiae, 1995, pp. 97-98.
[18] Aristotele, Anima, A 2, 404 b 18-27. Si veda anche un testo, risalente al I sec. a.C., i Placita Philosophorum di Aezio, I, 3, 8, dove di questa tetraktys delle funzioni cognitive si forniscono altre testimonianze e spiegazioni. Ad esempio che l’intelletto è monade, perché è proprio secondo l’unità che scatta la nostra comprensione: così gli uomini, che sono una molteplicità non possono essere compresi né concepiti, essendo individui e di numero infinito, per contro concepiamo l’uomo in sé come unità e nessuno gli assomiglia.
[19] L’oggetto di questo lavoro è necessariamente limitato e il tema della tetraktys offre aspetti così complessi e singolari che in queste pagine non si può esaminarla che incidentalmente. È comunque mio auspicio e intenzione porla formalmente in un successivo contributo. Su questo fondamentale soggetto d’elezione per l’esercizio dell’immaginazione analogica,  si rinvia intanto a Paul Kucharsky, Ètude sur la doctrine pythagoricienne de la tétrade, Les Belles Lettres, Paris, 1952.
[20] Questa nozione romana, che si ritrova in Orazio, Ovidio e Lucano, è di derivazione pitagorica. È la legge universale dell’“equilibrio interno” (enanthiosis) che governa armonicamente il vivente, dove vi è la necessità che non prevalga una delle coppie di contrari che provoca il perturbamento. “L’armonia … sorge sempre dagli opposti, poiché è l’unificazione del diverso e la riconciliazione del contrario” (Nicomaco di Gerasa, Introduzione all’aritmetica, II, 19, 1).
[21] Cfr. Cicerone, De Officis, I, 17, 56: Pythagoras vult in amicitia, ut unus fiat ex pluribus (vuole Pitagora nell’amicizia che da molti se ne faccia uno). Vi è nella formula l’immagine della catena di unione e dell’eggregore che fa di più cuori un sol cuore.
[22] Anche se l’origine di questo motto della massoneria scozzese è ignota e il suo concetto fu caro all’illuminismo (pur essendo probabilmente di provenienza alchemica), furono i Pitagorici a chiamare per primi l’universo kosmos, che in greco significa ordine. Nel motto è evidente la struttura diadica del vivente tra cielo e terra, luce e oscurità.
[23] Un’eccellente introduzione alla sua figura è il quaderno monografico, edito nel 2006 in occasione del 60° anniversario della sua morte, Arturo Reghini. La Sapienza pagana e pitagorica del ’900, La Cittadella, A. VI/VII, n.s., n° triplo 23-24-25, MMDCCLIX a.U.c., luglio-dicembre 2006 – gennaio-marzo 2007 e.v. Ci sia inoltre consentito di rinviare a Arturo Reghini / Per la restituzione della massoneria pitagorica italiana / Arturo Reghini; scritti scelti e ordinati da Moreno Neri; introduzione di Vinicio Serino, Raffaelli Editore, Rimini, 2005. Tra i numerosi scritti massonici di Reghini sono fondamentali: Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi e il massimo mistero massonico: studio critico ed iniziatico, presso la casa editrice Atanor, Todi, 1922; Considerazioni sul rituale dell’apprendista libero muratore; con una nota sulla vita e l’attivita massonica dell’autore di Giulio Parise, Edizioni di studii iniziatici, Napoli, [1946]; I numeri sacri nella tradizione pitagorica massonica, Ignis, Roma, 1947.
[24] Di qui il nome di “Collegi” delle logge del Rito Simbolico Italiano, ispirate al nome delle corporazioni muratorie romane. Collegio deriva etimologicamente da collìgere, “raccogliere insieme”, composto di cum, “insieme”, e lègere, “raccogliere, scegliere”, dunque il collegium è una congregazione di scelte persone che esercitano la stessa arte.
[25] La leggenda hiramica è attestata per la prima volta in Samuel Pritchard, Masonry Dissected: being A Universal and Genuine Description of All its Branches, from the Original to this Present Time. As it deliver’d in the Constituted Regular Lodges …, J. Wilford, London, 1730. Un’altra delle versioni più antiche di questo racconto appare ne L’Ordre des Francs-Maçons Trahi, et leur Secret Révélé, A Amsterdam, 1745.
[26] Arturo Reghini, I numeri sacri nella tradizione pitagorica massonica, Atanor, Roma, 1994, pp. 16-17 (prima ed. Edizioni di Studi Iniziatici, Napoli, 1946).
[27] Platone, Lettera VII, 326 A-B.


lunedì 2 maggio 2011

G. Gemisto Pletone e Giacomo Leopardi

Il 14 maggio 2003, esce per i tipi di Raffaelli Editore, 27esimo numero della Collana Scintille

Discorso in Proposito di una Orazione Greca
Giacomo Leopardi, Discorso in proposito di una orazione greca - Orazione di G. Gemisto Pletone in morte della imperatrice Elena Paleologina / in appendice: Giorgio Gemisto Pletone / Epinomide, traduzione e note di Moreno Neri, Raffaelli Editore, Rimini, 2003

66 pagine al prezzo di 10,00 €, ancora acquistabile al sito di Raffaelli Editore.

Rendere vivo ciò che si vorrebbe morto e sepolto (sebbene in un’arca di quel Tempio Malatestiano che è stato definito il simbolo stesso del Rinascimento), farne riaffiorare i pensieri – ce lo dice lo stesso Giacomo Leopardi – è una missione eroica piuttosto che un esercizio pacifico dell’erudizione: E io poi sono di opinione che i libri degli antichi, Latini o Greci, non solo di altre materie, ma di filosofia, di morale, e di così fatti generi nei quali gli antichi ai moderni sono riputati valere come per nulla, se mediante buone traduzioni fossero più divulgati, e più nelle mani della comun gente, che essi non sono ora, e non furono in alcun tempo, potrebbero giovare ai costumi, alle opinioni, alla civiltà dei popoli più assai che non si crede; e in parte, e per alcuni rispetti, più che i libri moderni.

Grazie a Biblioteca Italiana (BibIt), una biblioteca digitale di testi rappresentativi della tradizione culturale e letteraria italiana dal Medioevo al Novecento, promossa dal "Centro interuniversitario Biblioteca italiana telematica" (CiBit), e gestita dalla sua unità attiva presso l'Università di Roma "La Sapienza", con il supporto del progetto "Biblioteca Digitale Italiana" (BDI, http://www.iccu.sbn.it/bdi.html) del Ministero per i beni e le attività culturali, i due testi leopardiani sono ora presenti sul web in forma digitale. Il Discorso è a questo url, anche se manca l'ultimo capoverso - proprio quello da cui è tratta la citazione da noi fatta sopra - (mettetelo!) , mentre l'Orazione è quest'altro url.
Tuttavia, nella mia plaquette, assieme all'introduzione del Recanatese e alla sua traduzione di questo scritto d’occasione, tra gli ultimi di Pletone alla vigilia della propria morte, si trova anche la prima traduzione in italiano dell’Epinomide, il capitolo conclusivo del Libro III del suo disgraziato trattato Le Leggi, mandato per la maggior parte al rogo, e qui proposto come utile appendice di confronto con l'Orazione funebre per Elena Paleologina, con la quale ha notevoli e numerose corrispondenze, talora alla lettera, per nomi, termini e concetti. 




Ahimè, è un libriccino di cui si è poco parlato e scritto. Ma, oltre ogni rammarico, su Leopardi e sulla sua traduzione dell'Orazione  mi sono dilungato nel mio Pletone / Trattato delle virtù, dove ho persino corretto un errore presente in questo libro del 2003 e che viene perpetuato dai più accorti e profondi leopardisti. Lo commisi sulla loro scia ... mai fidarsi degli studiosi ... ma verificare, verificare e studiare ...
Sul si "è poco parlato e scritto" devo pure correggermi. Ne parlò unicamente Silvia Ronchey, nella sua rubrica CL@SSICi in ttL, supplemento de La Stampa, sabato 5 luglio 2003, p. 11.


 


domenica 1 maggio 2011

LA SIGLA MALATESTIANA

Anche questo è uno dei miei primi testi sul Tempio Malatestiano, risalente al 1999 e presente su internet fin dal 2001 nel sito del Rito Simbolico Italiano. Con le stesse ingenuità che rilevavo nel precedente post a proposito dell'articolo "Simbolo e simboli del Tempio Malatestiano" , ma vale per questo quello che si diceva dell'altro, a proposito del suo saccheggio ed utilizzo e teste della mia "influenza sottile".



LA SIGLA MALATESTIANA


Particolare interesse ha sempre suscitato la sigla, composta da una S e una I intrecciate, scolpita su stemmi, frontoni, pilastri, tombe del Tempio come un sigillo onnipresente.
Pietrificata, suscita un sentimento il cui significato, di volta in volta, si tenta e si è tentato di spiegare.


Secondo gli accusatori e i romantici le due lettere intrecciate significano Sigismondo e Isotta insieme. Tra i primi, contemporanei di Sigismondo, naturalmente lo stesso Pio II, che lo scomunicò e che dichiarò che il monumento "non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio". Tra gli altri prendiamo a campione il romantico Gabriele D'Annunzio, che, tra parentesi, era martinista, secondo il quale la S iniziale del nome di Sigismondo attanaglia nella stretta ferrea la filiforme fragilità della I del nome di Isotta. Ma, secondo altri, forti di ricerche storiche, il monogramma era usato da Sigismondo come firma abbreviata, fin dalla sua giovinezza, già prima quindi che egli fosse preso d'amore per Isotta degli Atti. Era infatti usanza fra i principi di quel tempo adoperare per il loro monogramma le prima due lettere del loro nome: troviamo KA per Carlo Malatesta, NO per Novello, fratello di Sigismondo , FE per Federico di Urbino.
Peccato che le ricerche storiche siano solo riuscite a dimostrare che Sigismondo ha cominciato ad usarla solo nell'anno nel quale ha certamente conosciuto Isotta. E ciò la dice lunga sulla serietà degli storici. Ne vale a dimostrarla un passo di Gaspare Broglio. D'altro canto si sarà giocato anche sull'ambivalenza e sull'ambiguità che il monogramma non rappresenta solo la firma abbreviata con le prime due lettere di Sigismondo, ma anche quella di Isotta. Come bene sintetizzava Luigi Tonini, oltre un secolo fa, è "la ripetuta Sigla Si, indicante SIgismondo, ovvero ISotta, o Sigismondo e Isotta insieme.". In conclusione nulla ci vieta di pensare che Sigismondo sia stato contento in cuor suo della coincidenza che gli consentiva d'incorporare l'iniziale della sua donna nel Tempio e che fra i due amanti si giocasse su questa allusione. Ma giocavano sicuramente su un altro piano…. Tarocchi, iniziazione, cappella dei pianeti, Macrobio…la filosofia e teogonia e cosmologia di Pletone… Roberto Valturio, amico e consigliere di Sigismondo, in un famoso passo del De Re Militari aveva alluso a "simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia e altrettanto atti ad attrarre fortemente i dotti quanto a permanere nascosti al volgo".


Alle medesime lettere S e I, altrove, Guénon dà il significato di due simboli connessi: il serpente e l'albero o il bastone attorno al quale esso vi si arrotola e che è rappresentato da un asse verticale; di esso si trova un altro esempio nel sigillo di Cagliostro, rappresentato da un serpente e una freccia. E Guénon aggiunge: "…essenzialmente la lettera S rappresenta la molteplicità e la lettera I l'unità, ed è evidente che la loro corrispondenza rispettiva col serpente e con l'albero assiale concorda perfettamente con questo significato; è completamente esatto che in tutto questo vi è qualcosa che deriva da un esoterismo profondo…".


Altrettanto singolare è il fatto che Dante, nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133-134), faccia dire ad Adamo che il primo nome di Dio fu I (il che corrisponde alla "circolarità" e "primordialità" del simbolismo).


Un punto che permette un accostamento particolarmente significativo tra la tradizione iniziatica occidentale, rappresentata dal Tempio, e la tradizione estremo-orientale, è la palese corrispondenza del monogramma a due noti simboli taoisti. Il monogramma ha infatti strettissime attinenze con l'yin e yang, altrettanto complementari ed inseparabili, e corrispondenti rispettivamente alle lettere S e I, e ancora nell'I Ching , le due determinazioni dei trigrammi e degli esagrammi, la linea spezzata e la linea intera. E ancora la I in cinese significa "unità".


Sigismondo "et amava perdutamente Ixotta degli Atti", come dice Ezra Pound nei Cantos malatestiani. Indicava Pletone che tra i doni che gli dei diedero al nostro corpo sia per servire la nostra parte immortale e dominante, sia per approfittare del suo aiuto, sia per assaporare certi piaceri che ci sono propri…istituirono quest'unione dei due sessi, così seducente e piacevole. Quando la verga di Sigismondo faceva dio nel ventre della sua Venere ed Ixotta godeva del suo Marte di ritorno dalle guerre, archetipicamente, il Signore e la Signora di Rimini avranno associato i loro movimenti col ritmo delle onde, gli odori salmastri con l'odore del sesso. HUDOR ET PAX. Ai ritmi potenti conseguono gli umori, la spuma di Venere, la pace, la beatitudine. Se ne troverà l'illustrazione nella formella denominata "gli influssi della luna": come Venere, anche Sigismondo approda infine alla riva di un'isola beata.


Se intuiamo una conoscenza inconscia dell'ipostasi della nostra genesi acquatica, è nell'unione dei due sessi che la cogliamo: La luce penetra nella grotta. Io! Io! Con questa acutezza Pound vide, similmente a Porfirio nell'antro delle ninfe, la necessità della illuminazione nel coito, quel raro momento di natura regia e di numeri d'oro. Già Platone aveva insegnato che "tutto quest'ordine, l'Artefice taglio per il lungo, facendone di uno due, una metà sopra l'altra, e il loro centro congiunse in forma della lettera X". Questa meraviglia è presente nell'etimologia della parola sesso, sezionato. Altro guadagno si raggiunse nel Rinascimento con la felice espressione "copula mundi". Pound l'accenna: "Eleusis è molto ellittica". Cosicché il coito non è e non dev'esser altro che il rito, la ierogamia, o meglio la reminiscenza dell'estasi da cui l'Uno si fece Due. Così dunque - insegna una tradizione esoterica- l'uomo è virile per i genitali e la parola, ma passivo per il cervello, mentre la donna aperta alla fecondazione fisica e animica, è, a sua volta, fecondatrice nello spirituale. Perciò il coito congiungendo i poli opposti dei suoi membri chiude le sue sedi genitale e boccale per la ricostituzione dell'ellissi. Quale migliore immagine per la salda unione di Sigismondo e Isotta! E la sua plastica rappresentazione la si volle espressa in simbolo.


Comunque sia, resta il fatto che il simbolo grafico, così ripetuto e onnipresente, sta nel Tempio di Sigismondo in luogo della croce, dando così ragione a Guido Nozzoli che lo definiva "un tempio alchemico d'amore".
Ma torniamo sulla I, che, per Dante, è il primo nome di Dio. Essa significa propriamente l'"unità" divina", ed equivale alla yod ebraico, geroglifico del Principio, ma anche principio di tutte le lettere dell'alfabeto, quindi il punto centrale che produce con la sua espansione, il cerchio della manifestazione universale. Del resto la stessa lettera I, anche nella numerazione latina, rappresenta l'unità a causa della sua forma di linea retta, che è la più semplice di tutte le forme geometriche, essendo il punto "senza forma".
L'analogia con la croce , nella tradizione ermetica, collimante con la simbologia cinese, è di capitale importanza e collima con l'interpretazione data da Guénon: il braccio verticale è attivo, simile all'uomo che sta in piedi, all'uomo "svegliato", cosciente, l'attivo I, che passa attraverso il passivo, suggerisce un'idea di fecondazione, e proprio all'unione dei sessi rimanda filosoficamente il simbolo, ben oltre la semplice nozione di accoppiamento. L'idea, penetrando nell'intelligenza ricettiva, la feconda. Dio si unisce alla natura per generare ciò che è. La nostra energia sposa il nostro organismo, perché questo agisca. E' l'applicazione che dà valore ad ogni forza.


Sempre, a questo proposito, Yukteswar, nel suo libro The Holy Science, analizzando quella profonda allegoria della vita umana che è, nella Genesi, la storia di Adamo ed Eva, ci offre un ulteriore spunto. Poiché nell'Universo, come abbiamo veduto, tutto è formato da una duplice polarità maschile e femminile - che corrisponde all'originale doppia polarità, di spirito creante e materia creata - Adamo ed Eva rappresentano le due polarità integrate dell'Uomo Originale (che difatti molti miti dell'antichità, compreso quello raccontato da Platone, simboleggiano con la figura dell'androgino). L'albero del bene e del male rappresenta la colonna vertebrale attraverso la quale scorre continuamente l'energia vitale (detta in sanscrito kundalini), simboleggiata dal serpente.


Dopo la caduta di Adamo ed Eva, il cammino di ogni anima consiste nel tentativo di risalire fino all'integrazione originale, di riunificare le due opposte polarità e "rientrare nell'Eden". Quando le polarità sono ricongiunte si è realizzata "la Grande Opera", avvengono quelle che la tradizione alchemica chiama "le nozze filosofiche", il "rebis" o l'androgino platonico.

Del resto il simbolismo del tempio, nasce soprattutto sulla base degli insegnamenti dottrinari di Gemisto Pletone, pitagorici, platonici ed ermetici.
E' notevole che la stessa scoperta dell'America sia indirettamente dovuta a Giorgio Gemisto Pletone, che trasmise in Occidente nel 1438 la perduta "Geografia" di Strabone, che Cristoforo Colombo utilizzò come principale autorità per convincere gli scettici sulla sua idea di configurazione della terra.
Sarà infine curioso notare come il dollaro, adottato come unità di moneta dagli Stati Uniti d'America nel 1792, quindi esattamente 300 anni dalla scoperta dell'America, dal massone George Washington, le cui banconote recano inequivocabili immagini massoniche, abbia come simbolo una "s" percorsa in verticale da due linee (principio attivo ascendente e discendente), benché in caratteri tipografici esso sia più comunemente riprodotto con una sola linea:

$

Alcuni romantici hanno vagamente intuito nel Tempio Malatestiano un Tempio d'amore. Si potrebbe quasi credere, dal punto di vista psicanalitico, ad un effetto dispiegato dagli archetipi in proposito disseminati nel Tempio, o simbolicamente a un effetto magico dei simboli sparsi.
Il Tempio contiene innumerevoli accenni all'unione sessuale. Non solo i simmetrici medaglioni di Sigismondo e Isotta, ma essenzialmente le innumeri sigle congiunte adombrano nascostamente l'androgine spirituale. Possiamo accostare l'atto sessuale a quella stessa condizione di morte attiva che si compie nell'iniziazione. Il potere della sessualità si chiarisce meglio nella tradizionale nozione indù del kundalini, un "potere serpentino".


Dobbiamo ipotizzare che la cerchia di Sigismondo fosse a conoscenza di elementi non ammessi esplicitamente dal Nuovo Testamento e che sono noti pubblicamente solo da pochi decenni attraverso i cosiddetti "Vangeli gnostici", scoperti nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto, nei quali si proclama la superiorità di Maria Maddalena rispetto agli Apostoli e dai quali emerge un rapporto intimo di tipo sessuale tra Gesù e Maddalena ed un contrasto continuo tra essa e Pietro, il fondatore della Chiesa Cattolica Romana. Naturalmente considerato il sessismo della Chiesa, questa conoscenza doveva restare occultata.
E' interessante notare come sedici anni prima della scoperta lo scandaloso scrittore David Herbert Lawrence, più noto come l'autore de L'amante di Lady Chatterley, pubblicò un romanzo noto come The Man Who Died, il cui titolo originale è The Escaped Cock. Nel romanzo di Lawrence Gesù, l'uomo che era morto, sopravvive alla crocifissione e trova la sua vera rinascita attraverso l'atto sessuale con Maria Maddalena, una sacerdotessa di Iside. L'accostamento con il dio Osiride, morto e risorto e sposo della dea, nel romanzo breve è esplicito. Nel titolo originale "Il gallo fuggito", immagine che ritroviamo nel Tempio malatestiano nell'icona di Mercurio, la figura del gallo è associato al corpo risorto-eretto, infatti in inglese cock indica volgarmente il pene, come in italiano uccello.

E' noto che i primi cristiani si ispirarono molto all'iconografia di Iside per la Vergine Maria. Nel Tempio Malatestiano sono assenti le immagini della Vergine Maria, alla dea Iside si sostituisce la dea Isotta, diva Isotta, fatto che fu ritenuto sconcertante fin dall'inizio dell'edificazione del Tempio.
Nel Tempio riminese, oltre la sigla, ne è testimonianza l'altrettanto onnipresente rosa. Ancora più l'esplicita, e già allora criticatissima, dedica alla Diva, cioè Dea, Isotta, la cui assonanza con Iside è particolarmente inquietante. L'inno alla Dea rappresentato dal Tempio è, in realtà, su un piano più ineffabile, sciolto al principio femminile divino. Sophia? La Shakti indù? Vi anche chi identifica il misterioso Baphomet templare in Sophia e Iside, come Hugh Schonfield.
Mediteremo, pitagoricamente, su questa massima:
Fa' di uomo e donna un cerchio, di questo un quadrato, poi un triangolo e di nuovo un cerchio; così otterrai la pietra dei savi.
Contempleremo queste due raffigurazioni della tetraktys pitagorica.



Moreno Neri

SIMBOLO E SIMBOLI DEL TEMPIO MALATESTIANO

Questo è uno dei miei primi testi sul Tempio Malatestiano, risalente al 1999 e presente su internet fin dal 2001 nel sito del Rito Simbolico Italiano. Oggi, a mio vedere, contiene qualche ingenuità, ma così non la devono pensare una serie di gestori di siti web, che, nel corso degli anni lo hanno più o meno largamente saccheggiato ed utilizzato per parlare dei misteri del Tempio Malatestiano (quasi sempre senza citare la loro fonte). Non m'impermalisco: è una testimonianza della mia "influenza sottile".



SIMBOLO E SIMBOLI DEL TEMPIO MALATESTIANO



E' stato affermato che non vi è monumento che abbia, come il Tempio Malatestiano di Rimini, la possibilità e quasi il diritto di porsi ad emblema stesso del Rinascimento.
Il pontefice Pio II dichiarò che il monumento "non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio"- "Verum ita gentilibus operibus implevit, ut non tam christianorum quam infidelium daemones adorantium templum esse videretur". Eppure lo stesso Papa, che combatté Sigismondo Pandolfo Malatesta, lo scomunicò e lo fece bruciare in effigie, scrisse di lui: "Sigismondo conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva".
Siamo nel 1400, con il rifiorire degli studi greci, ritornò il modello di scuola (l'Accademia) che Platone fondò sulla base delle comunità pitagoriche. Sorsero allora l'Accademia Fiorentina - di cui Gemisto Pletone fu il fondatore -, l'Accademia Romana - di cui Leon Battista Alberti fu tra i principali sodali, la Napoletana e infine la cerchia malatestiana - che, sebbene non in grado di competere con la vivacità di Firenze, la solennità di Roma e la profondità di Napoli, rappresentava un distillato di saperi cui fornirono oro puro spirituale diversi talenti dell'epoca, artefici che profusero nel Tempio riminese i tesori della loro dottrina.
Queste Accademie sono molto interessanti per le analogie che presentano con la Massoneria e forse anche per le "regole" che trasferirono ad Essa.
Dominava, ormai da secoli una filosofia ufficiale e dogmatica, che veniva insegnata pubblicamente nelle scuole e che da ciò aveva preso la definizione di Scolastica, la logica aristotelica che pretendeva di arrivare alla verità procedendo per ragionamenti rigorosi, basati su premesse considerate incontestabili.
Sulla sponda opposta il platonismo, incentrato sulla scientia scientiarum, prevedeva innanzi tutto una dottrina segreta che andava tramandata a pochi, mentre la sua radice, il pitagorismo, ha influenzato in ogni tempo le varie società esoteriche. La Massoneria ne ha mantenuto gradi iniziatici, segni, riti, simboli e tanti altri aspetti significativi quali l'agape rituale. I suoi insegnamenti sono velati ed enigmatici; attraverso Platone e Pitagora, pretendeva di aver origine dai magi caldei, dagli ierofanti egizi e addirittura dai fondatori della loro scienza, da Zoroastro e da Ermete Trismegisto, cioè tre volte grande, da cui ha preso il nome di Ermetica.
Ermete Trismegisto rappresenta il principio dell'intuizione o più esattamente dell'ispirazione sovrumana. E' curioso notare che nel Duomo di Siena, coevo al Tempio Malatestiano, si trovi nelle tarsìe del pavimento raffigurato Ermete Trismegisto, subito oltre il portale maggiore, come "in apertura di libro", a significare la preminente posizione spirituale del supposto autore del Corpus Hermeticum (composto di due opere databili tra il 100 e il 300 d.C., l'Asclepius, in latino, e il Poimander, in greco, tradotta da Marsilio Ficino nel 1471). La tarsia, databile al 1482, rappresenta Ermete che offre il dono della sapienza , all'Oriente e all'Occidente, rappresentati da un uomo con il turbante ed un altro con la cappa.
Carattere distintivo di questa filosofia era l'intenzione dichiarata di far astrazione dalle parole, per dedicarsi alla contemplazione delle cose prese in se stesse, nella loro essenza propriamente considerata. Il discepolo di Ermete era silenzioso rifuggiva da qualsiasi argomentazione e non cercava di convincere alcuno, chiuso in se stesso era dedito a profonde riflessioni e finiva così per penetrare i segreti della natura.
Siamo in un'epoca a cavallo della fine del Medioevo e del principio del Rinascimento che rappresenta, per così dire, la sintesi dell'antica Massoneria, quella dei Costruttori di Cattedrali (con la loro profonda simbologia e gli stretti rapporti con l'Ordine dei Templari) e quella degli umanisti esoterici e platonici (con la loro pratica dell'"arte " ermetica). Nelle Accademie si rivelano i principi delle antiche scienze sacre sotto forma di Astrologia, Cabala, Tarocchi, Magia e Alchimia. Queste scienze, oggi erroneamente considerate morte, avevano tutte un medesimo campo d'applicazione: il discernimento delle leggi nascoste che reggono l'Universo; ed un'altra peculiarità: la finalità perseguita non era solamente speculativa, ma eminentemente pratica, mirando a un risultato effettivo, ad un'ambizione suprema che si definiva realizzazione della Grande Opera.
Siamo in una sorta di fase preistituzionale della Massoneria ed è opinione diffusa che Essa, anche per il suo aspetto speculativo, nell'elaborare i suoi princìpi, si sia ispirata alle Accademie.
Qualche cosa di singolarmente strano dev'essere stata la corte di Rimini sotto l'audace condottiero Sigismondo Malatesta. Della sua confraternita, di cui egli era chiamato "re", fecero parte, tra gli altri, artisti, filosofi, poeti ed eruditi: Leon Battista Alberti, Giorgio Gemisto Pletone, Matteo de' Pasti, Roberto Valturio, Basinio da Parma, Agostino di Duccio, Matteo Nuti, Piero della Francesca, Giusto de'Conti, Bonifacio Bembo, Tobia del Borgo, Porcellio, Trebbiano, Biondo da Forlì, Francesco Filelfo, Gaspare Broglio Tartaglia… e alcuni di loro il Malatesta onorò a tal punto da accoglierne le salme nello stesso Tempio nel quale aveva disposto la sepoltura per se stesso.



Nel 1464 Sigismondo, al soldo di Venezia, è alle Crociate in Morea. Là, c'è Giorgio Gemisto Pletone, morto: ha insegnato in Italia, forse a Rimini e certamente a Firenze; incarnava, vivo, il platonismo; ha attaccato il latifondo ecclesiastico, ha propugnato una forma di comunismo classico, un'organizzazione platonica, appunto, della società. Gemisto aveva sviluppato un sistema filosofico eclettico nel quale l'audacia del suo pensiero si era alleata ad una naturale tolleranza, ad una curiosità che non gli permetteva di disprezzare alcun apporto intellettuale, senza prima digerirlo e incorporarlo alla màdia del suo spirito; fu erede del pitagorismo e dei neoplatonici ma anche degli gnostici alessandrini e della seduzione ineffabile della cabala. Il seme che diffuse germinò in una feconda avventura, che sarebbe sbocciata nell'Accademia fiorentina e nello splendore mediceo, infine, nei frutti dei suoi discepoli Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Sigismondo ne preleva le ceneri. Pletone riposerà, con gli altri dotti, nelle arche del Tempio pagano-cristiano che fanno corona alla sepoltura di Sigismondo, allievo della Tradizione.

Voluto da Sigismondo dal 1450, sia per innalzare un monumento imperituro all'amore per Isotta "forma et virtute Italie decori" (decoro d'Italia per bellezza e virtù), sia per dare la misura della sua sapienza umanistica, già nel 1458 i suoi lavori vengono sospesi e non ne viene ultimata la copertura, nel 1461 il Tempio aveva un tetto da cui entravano pioggia, neve e vento, col rischio di una generale, tragica rovina.
Ma, fin dal principio, era evidente un elemento allegorico imprescindibile e che dovrebbe essere chiaro ad ogni Maestro Architetto: il Tempio non veniva costruito per essere terminato, ma era un'opera destinata ad attraversare i secoli, diretta verso la sua imprecisabile e quindi remota inaugurazione, in un sentimento d'eternità non formulato, ma plasmato da inaugurazioni minori (oggi una cappella, domani una balaustra, qualche tempo dopo un'arca), come punti fermi per apprezzare l'indiscutibile avanzamento della costruzione, ma anche come gradi e stimoli rivitalizzanti di cui il principe e la sua corte avevano bisogno per mantenere in sospeso una così incommensurabile speranza. Infatti, ciò che dà un brivido singolare al sogno incompiuto del principe riminese, è il sospetto contenuto nella voluta manifestazione di questa continua costruzione, l'intuizione della vertiginosa proposta che sorge dall'interrotto progetto: lontano come restò da quel che doveva essere il definitivo incontro con la sua forma, eppure abbastanza vicino a questa da lasciare intravedere la sua smisurata natura.


Come il lavoro del Massone, al pari di quello del Tempio in perenne costruzione, l'opera di Sigismondo Pandolfo Malatesta non ha mai fine. L'incompiutezza del progetto, del lavoro architettonico di Sigismondo e dell'Alberti, non solamente doveva essere prevista: era presumibile, necessaria. Ed è possibile e desiderabile che tale idea abbia reso meno duri i giorni del tramonto, in cui si prolungò l'agonia di Sigismondo.
"Qui giace colui che era nato da se stesso" pensò di far scrivere nel suo epitaffio, ma Isotta lo dissuase per non prolungare nella sua morte le accuse che avevano proliferato nella sua vita, proprio lei che invece, sulla sua di tomba, vorrà il prudente motto "Tempus loquendi, Tempus tacendi", altra massima tradizionale, tratta dall'Ecclesiaste (3,7), ma sottoposta ad inversione, non solo tra le più difficili e rigorose, ma anche tra le più proficue, perché come dice il maestro del taoismo Lao-Tzu: "colui che sa non parla, colui che parla non sa".


D'altra parte quel che pensò Sigismondo - e non scrisse - non si discosta dalla Tradizione e dalla Filosofia Perenne: "io vivo, eppure non sono io, perché è il Logos che vive me". Un concetto che era stato espresso anche nella Persia del IX secolo dal sufi Baiarid Al Bistami: "io andai da Dio a Dio, finché essi gridarono da me, in me: 'o tu io!'". Affermazioni di questo tipo anche in Persia fecero allora gridare al sacrilegio.
Ma così è la chiesa, ogni chiesa intollerante e ottusa. Pio II Piccolomini, mentre scomunicava Sigismondo, canonizzava Caterina da Siena che solo mezzo secolo prima aveva scritto: "il mio Me è Dio, né altro Me conosco".
Ma né il paganesimo né l'esaltazione dell'amore sensuale e umano, né la sua fastosità né la provocatrice audacia del suo presunto individualismo erano la chiave del progetto.
Per accedervi, per comprendere quel che Sigismondo sapeva - e senza dubbio anche Isotta, l'Alberti e pochi altri del cerchio degli iniziati: Matteo, Agostino, Basinio e Bonifacio (che da pochi anni aveva terminato uno tra i mazzi di carte più belli del mondo, il Tarocco Visconti, le cui 78 lamine fungevano da biblioteca muta nelle adunanze della confraternita malatestiana) -, alla stessa maniera della lettura degli arcani, bisognava arrestarsi nei dettagli, ripassare uno ad uno gli elementi della Cappella dei Pianeti e metterli in rapporto con le risposte speculari che si trovavano in quella delle Arti Liberali o retrocedere verso la Cella delle Reliquie o ascendere verso l'Arca degli Antenati o verso i cenotafi che attendevano Isotta e gli iniziati. A questo punto, cominciando a districare la trama da uno qualunque dei suoi punti - per esempio la proposizione dello Zodiaco, per esempio le nove Muse con Apollo che le rischiara con la sua fiamma immortale, la "decade universale", simbolo del "denario" - si poteva giungere ad un'intuizione: il Tempio era una metafora del mondo, il suo tema, la storia dell'umanità.
E' abbastanza singolare che , per oltre cinque secoli, nessuno abbia sfogliato le pagine del misterioso trattato di alta filosofia di Bonifacio Bembo, mettendole in relazione con l'iconografia del Tempio malatestiano. Infatti per interpretare con una certa precisione il suo simbolismo iniziatico, nulla può aiutare quanto le ventidue chiavi dei tarocchi. Ma, probabilmente, ciò non è avvenuto proprio per quanto afferma l'iniziato Oswald Wirth, e cioè che i tarocchi "costituiscono l'autentico Alfabeto degli iniziati, grazie al quale un intelletto sagace può imparare a decifrare taluni enigmi grafici, destinati a trasmettere segreti che sarebbe pericoloso diffondere senza discernimento.".
Non c'è bisogno di scomodare Fulcanelli che ne "Il Mistero delle Cattedrali" afferma che esse furono "costruite dai Frimasons per assicurare la trasmissione dei simboli della dottrina ermetica". Persino nella letteratura moderna, oramai ci s'imbatte spesso nella teoria secondo cui le chiese medioevali erano gli equivalenti architettonici, scultorei e pittorici di una summa teologica e filosofale. Sono sempre di più i ricercatori, anche i più corrivamente noti spesso per i loro fantasiosi best-sellers, da Christian Jacq a Graham Hancock, da Christopher Knigt e Robert Lomas a Michael Baigent e Richard Leigh fino a Lynn Picknett e Clive Prince, i quali pur pervenendo a risultati diversi e a congetture contrastanti, sono però accomunati da due risultati convergenti: l'origine caldea ed egiziana dell'esoterismo e l'idea che molti gioielli dell'architettura religiosa cristiana fossero punti di riferimento per gruppi le cui credenze non erano tanto ortodosse quanto la storia ufficiale vorrebbe farci credere.


Va inoltre ricordato che Rimini era un'importante stazione dei Templari che qui scomparvero in maniera incruenta, differentemente da quanto accadde in Francia. E' noto come i Templari, nella loro breve parabola di vita, promossero la costruzione di cattedrali, tra cui quella di Chartres. E favorirono la costituzione di corporazioni di costruttori e muratori, che facevano parte dell'Ordine cavalleresco, godendone dei privilegi, tra cui l'esenzione dai tributi. A Rimini era fiorente una comunità di lanaioli "patarini", cioè catari.
Quel che è certo è che nella scuola iniziatica che faceva capo all'ermetismo di Gemisto Pletone e successivamente dei suoi allievi Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, il simbolo veniva utilizzato come immagine sacra che serviva da supporto ad una serie di pratiche mentali, come ponte per passare da uno stato di coscienza all'altro, come via d'accesso ad un preciso stato psichico, ad una "visione lucida", frutto di particolari tecniche affini a quella che oggi è conosciuta come "meditazione trascendentale".
Il Tempio malatestiano è dunque un "laboratorio" attrezzato per la meditazione.
Che l'iconografia del Tempio celi significati arcani noti solo alla stretta cerchia della corte malatestiana era stato rivelato da Roberto Valturio, amico e consigliere di Sigismondo, che in un famoso passo del De Re Militari (XII,13) aveva alluso a "simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia e altrettanto atti ad attrarre fortemente i dotti quanto a permanere nascosti al volgo".
Brano - dicono i moderni critici - "famoso e citatissimo da quanti sostengono che il tempio celi significati criptici ed arcani".
A questo proposito, crediamo non sia privo d'interesse - a riprova dell'interpretazione alchemica del Tempio - notare come le parole di Valturio siano stupendamente coincidenti con quelle di Geber o Jabir ibn Hayyân, scrittore arabo dell'VIII secolo, sufi ed alchimista, che formulò la prima sintesi della dottrina alchemica nel trattato, tradotto in latino nel XIII secolo, Summa perfectionis magisterii in sua natura, in cui dichiara: "Non bisogna esprimere il nostro magistero in termini del tutto oscuri, ma nemmeno con un'evidenza che lo renda comprensibile a tutti. Da parte mia lo insegnerò in modo tale che nulla ne sia nascosto ai saggi, pur senza cessare di essere oscuro agli spiriti mediocri. Quanto agli stupidi e ai folli, non potranno capirci niente…".
Del resto anche gli alchimisti greci dichiaravano di parlare soltanto per coloro che erano iniziati ed addestrati e gli alchimisti medioevali confermavano: "Tutto ciò che qui diciamo si rivolge unicamente al sapiente, non all'ignorante".
Il primo a tentare una lettura esoterica e diciamo pure massonica dell'apparato decorativo del Tempio fu nel 1928 il Fratello Giuseppe Del Piano (1874-1930), chimico riminese, proprietario di un fiorente laboratorio farmaceutico. A distanza di settant'anni il suo "Enigma filosofico del Tempio Malatestiano", sostanzialmente ispirato da "I Grandi Iniziati" di Édouard Schuré, è tuttora un modo stimolante di leggere uno dei più inconsueti e straordinari monumenti architettonici del nostro Paese. Afferma il Fratello Del Piano che si tratta di un "compito piuttosto difficile, inquantoché l'argomento, più che all'ordinaria comprensione del cervello, si rivolge alle facoltà superiori dello Spirito e specialmente all'intuizione".
L'unico altro tentativo di interpretazione della struttura mitico-simbolica sottesa al monumento elaborato dalla corte malatestiana risale agli anni cinquanta ed appartiene a Charles Mitchell, uno studioso del Warburg Institute. Condotta sulle linee dell'insegnamento ermetico, è basato su alcuni testi di Macrobio, erudito neoplatonico e neo-pitagorico del IV secolo d.C..
Entrambe le interpretazioni, come pure quelle vagamente citate en passant e attribuite in talune guide turistiche di Rimini al giornalista e Fratello Guido Nozzoli (che taoisticamente, alchemicamente, in una parola tradizionalmente, sapeva e non parlava) sono sbrigativamente, e talora con un certo imbarazzo, tacciate dalla moderna contemporanea critica come spericolate e selvagge fantasie iconografiche, con totale rifiuto della concezione esoterica, a conferma dell'oscurità del simbolo per lo spirito mediocre del nostro tempo. A conferma quindi di quella mentalità moderna di porre tutto alla portata di tutti (una vera e propria volgarizzazione nel senso valturiano e gerberico), ci si ferma a una "lettura attenta, e però non troppo fantasiosa" degli aspetti decorativi del Tempio, che non porta, in definitiva, a nessuna superiore conoscenza, tendente a negare tutto ciò che la supera e soffocando tutte le possibilità riferentesi a un campo più elevato.
Pesa su questa impostazione della critica moderna, come un macigno, l'estetica crociana. Di Croce sono peraltro note le sue opinioni antimassoniche e controiniziatiche.
Si vuole qui ricordare cosa scrisse Benedetto Croce, al fine di comprendere meglio i suoi contemporanei epigoni.
Scrisse che "decorazione vale semplicemente arte" e che "anche nei grandi cicli profani, tutti giuochi, danze e idilli e trionfi bacchici, che paiono volere soltanto lusingare i sensi e rapire l'immaginazione" il cercare in essi intenzioni e significati riposti "alimento allo spirito, che solo la nostra indifferenza in proposito o la nostra ignoranza impedisce di ricercare e scoprire" potrà al massimo far scoprire la chiave astrologica di quella determinata opera d'arte.
Né il tetragono Croce e i suoi caparbi eredi si fanno scalfire dalle parole di Roberto Valturio o dalla Tradizione che vuole che in un'opera d'arte vi sia una lettura dei simboli. L'attenzione che vi era allora al contenuto e all'allegoria dei simboli secondo Croce infatti "non conferma niente, giacché non è da ammettere il principio che un critico contemporaneo giudichi meglio di un critico posteriore, come non è da ammettere l'inverso…dividendosi i critici non in contemporanei e posteriori, ma unicamente intendenti o no di arte, sensibili o no al bello". E Croce appare soprattutto infastidito da quanti hanno "fame di allegorie e di ritrovamenti del significato", irridendo gli stessi come "spiriti bizzarri e vanesi che par che immaginino che, oltre la storia visibile, ce ne sia un'altra invisibile, la quale ad essi è o sarà concesso svelare con lo stabilire sottili confronti, da loro immaginati, tra i fatti: sicché i loro racconti storici prendono aria di scoperte di cospirazioni e di intrighi ed essi di abilissimi investigatori o piuttosto poliziotti.".
L'avversione di Croce è soprattutto diretta verso Warburg, il fondatore del maggior istituto di studi rinascimentali, al quale , tra l'altro, Charles Mitchell appartiene, come per altro, la grandissima Frances Amelia Yates, i cui studi su Giordano Bruno e la Tradizione hanno fortissima attinenza con quanto qui trattato.
Aby Warburg infatti, partendo dalla premessa dell'origine dell'opera d'arte come cooperazione tra committente e artista e quindi frutto di un'azione reciproca, in assenza di una documentazione storica su questo fecondo scambio era giunto a questa conclusione:
"Dello scambio di sentimenti o pareri fra committente e artista esecutore solo di rado qualcosa giunge al mondo esterno…sottraendosi in tal modo perlopiù alla consapevolezza personale e storica. Bisognerà quindi, giacché le deposizioni di testimoni oculari sono così difficilmente reperibili, convincere di colpevolezza il pubblico coinvolgendolo nell'indagine mediante prove indiziarie".
Neppure vanno dimenticate nel 1959 le annotazioni di André Chastel in "Art et Humanisme", né gli interrogativi sull'interpretazione pagana del Tempio di Franco Gaeta nel suo saggio "La 'leggenda' di Sigismondo Malatesta" del 1978. Da allora ulteriori studi in tal senso hanno toccato tangenzialmente il maggior monumento riminese. Bastino qui i nomi di Frances A. Yates ed Edgar Wind - entrambi del Warburg Institute come Mitchell - e quelli dei nostri Eugenio Garin ed Elemire Zolla.
Va segnalato, infine, che il 13 settembre 1998, un servizio giornalistico nel supplemento domenicale del più autorevole quotidiano economico d'Italia Il Sole 24 ORE, dedicato al Tempio, fa arrivare l'autore, Marco Bona Castellotti, a concludere che "prende consistenza la concezione del Tempio Malatestiano, platonizzante e ermetica, intessuta di esoterismo e non estranea a influenze orientali". Un vero squarcio di luce nell'oscurata mentalità moderna.
Ogni opera che minacci di stroncare il sistema generale viene accuratamente occultata. Alla gente, al volgo di Valturio non piace che si riempia il vuoto delle storie che si raccontano.
Questo imbarazzo, quando non addirittura odio e ostilità, verso il mistero, il segreto, l'esoterismo, appaiono come la fantasia di supposti "privilegi", istituiti a vantaggio di qualcuno, e ostinatamente la mentalità moderna nega qualsiasi superiorità e odia tutto ciò che va al di là del livello "medio" e si discosta dall'uniformità. In realtà, come la tradizione insegna, le verità di un cert'ordine, per loro stessa natura, sono comprensibili solo per chi è qualificato per capirle, mentre per altri, come abbiamo visto, restano impenetrabili.
Insomma anche il Tempio si rifà a quella Tradizione che è di per sé affine e compartecipe dell'esoterismo, in quanto tende a rimanere immutata nel corso dei secoli, quanto meno nella scelta del repertorio simbolico, senza farsi condizionare dai mutamenti di gusto artistico che avvengono d'epoca in epoca e nelle diversità da luogo a luogo, a riprova della sua primordialità sovrumana nel tempo e della sua circolarità diffusa nello spazio.
I simboli non sono dunque rivolti a chiunque, ma destinati soltanto a coloro che vogliano risvegliare le idee assopite nel nostro intelletto. Diversi perciò dalle parole, dalle formule razionali, aristoteliche, di cui non si vuole contestare l'utilità pratica e scientifica (anche se la fisica, oggi, se vuole spiegare non può non rifarsi alle dottrine tradizionale, taoiste, pitagoriche…). Queste ultime corrispondono ad un pensiero rigido, bloccato, artificialmente delimitato, tanto da apparire come immoto rispetto al pensiero indefinito, complesso e mobile che si riflette nei simboli, la cui conoscenza è per sua natura incomunicabile attraverso discorsi e scritti; la si può conseguire, come abbiamo detto, solo attraverso la meditazione: è necessario entrare in se stessi e s'ingannerebbe chi la cercasse fuori di sé. Questa è l'interpretazione da dare al "conosci te stesso" di Socrate.
La comprensione del Tempio, inteso come simbolo riferito all'Uomo, come ci ricorda l'imperativo socratico ancora apposto sul frontone di quello massonico e già inciso sul Tempio di Delfi dedicato ad Apollo, rimanda al lavoro di squadra incompiuto che Sigismondo con i suoi compagni d'arte intraprese.
Chi infatti, socraticamente, è riuscito a conoscersi impara per ciò stesso a relazionarsi con ciò che, erroneamente, è creduto l'altro da sé, a discernere l'Unità fondamentale nell'identità del tutto. Con questo lavoro di profondità ed equilibrio, il pensiero, attraverso la meditazione, giunge a conoscere mentalmente ogni cosa, ad appropriarsene per amarla.
Questa analogia è ulteriormente rafforzata dalla natura stessa dell'esperienza iniziatica. Possiamo anche rifarci alla tradizione orientale in cui essa viene descritta come una visione diretta, che sconfina dall'ambito dell'intelletto e che si raggiunge "guardando più che pensando", esplorando all'interno di se stessi mediante la meditazione.
Nel taoismo - la parte esoterica dell'antica filosofia cinese, quella basata sulla conoscenza intuitiva, mentre il confucianesimo, di natura razionale, è la parte essoterica, così come per analogia nel nostro Occidente due filosofie si sono spartite lo spirito: l'aristotelismo, logico e razionale, e il platonismo, enigmatico, allegorico, simbolico, ermetico dal nome del fondatore di questa scienza sacra - nel taoismo, dunque, questo concetto di osservazione è sorprendentemente racchiuso nel nome stesso con cui si indica il tempio taoista, guan, il cui significato originario è quello di osservare, ventesimo esagramma dell'I Ching. Anche il taoismo, esattamente, considera il tempio come luogo d'osservazione, così come analogamente avviene nella nostra lingua, tempio e contemplazione, dalla radice temn, nel suo significato di osservare, ma anche nel senso di discernere, che esprime il concetto di divisione e separazione rispetto al profano, espresso anche nel cinese guan, che significano anche torre e monastero, ciò che sta in alto ed è separato.


Del resto in un testo, non pubblico, della Libera Muratoria si osserva che "il Tempio è un simbolo complesso, la punta di un iceberg, il contenitore di numerosi altri contenitori, il Labirinto all'interno del quale è sempre ritrovabile l'Universo, l'Uomo, la sua Storia, la sua Intelligenza, la sua Essenza".
Al pari della opera di Sigismondo ci fa sembrare assolutamente desiderabile ciò: e cioè che tutta la vita di un uomo si trasformi in una specie di rituale continuo, che ogni oggetto del mondo intorno a lui debba essere considerato un simbolo dell'eterno fondamento del mondo, che tutte le sue azioni debbano essere compiute con un senso di sacralità.
Senza un'adeguata conoscenza di se stessi, non si può dare adeguata conoscenza del Grande Architetto.
L'uomo che ha imparato a considerare le cose come simboli, le persone come templi dello Spirito e le azioni come riti, è un uomo che ha imparato a ricordarsi di continuo chi egli è, dove si trova in relazione all'universo e al suo Fondamento, come si deve comportare con i propri fratelli, e quello che deve fare per giungere alla meta finale.
Per ora continueremo a vagare nel Labirinto e a discernere, ovvero a con-templare, altri simboli del Tempio riminese.

SEQUITUR

Moreno Neri

Il Tempio Malatestiano bombardato

Ho già parlato di Yuri Stoyanov in un precedente post. Ne ho anche parlato nel testo della mia presentazione a Stones of Rimini pubblicato in questo post.  
Nel 2002 mi inviava dal Warburg Institute queste foto del Tempio Malatestiano bombardato. 




Rimini, Tempio Malatestiano, Navata, guardando verso l’altare principale, neg. Major Paul Gardner, dicembre 1944

 Rimini, Tempio Malatestiano, Muro sinistro della navata solcato da una lesione, neg. Major Paul Gardner, dicembre 1944
 
 Rimini, Tempio Malatestiano, Dettaglio decorativo della facciata, non danneggiato, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


 Rimini, Tempio Malatestiano, Lesione sulla facciata meridionale dovuto al cedimento della medesima, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, Angolo sud-occidentale. La linea del plinto mostra chiaramente lo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, Facciata meridionale, lesione dovuta allo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


Rimini, Tempio Malatestiano, Facciata settentrionale, con lesioni dovute allo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945


 Rimini, Tempio Malatestiano, Lesioni causate dallo strapiombo della facciata, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945



Rimini, Tempio Malatestiano, L’esterno dell’Alberti ha sofferto pochissimo, tranne che per lo strapiombo della facciata (qui visibile come una rottura nella linea del plinto lungo la fiancata) che richiederà la completa ricostruzione della facciata e dei due basamenti, neg. Lt. Col. Ward Perkins, marzo 1945




Il rapporto ufficiale dei danni al Tempio Malatestiano è offerto da Emilio Lavagnino, Cinquanta monumenti italiani danneggiati dalla guerra: Testo di Emilio Lavagnino. Prefazioni di Benedetto Croce, C. R. Morey e Ranuccio Bianchi Bandinelli. (associazione Nazionale per il restauro dei monumenti italiani danneggiati dalla Guerra), Istituto poligrafico dello stato, Roma, 1947, di cui è disponibile anche una traduzione in inglese sotto il titolo Fifty War-Damaged Documents of Italy / Italian association for italian war-damaged monuments; text by Emilio Lavagnino; forewords by Benedetto Croce, C. R. Morey, R. Bianchi Bandinelli; translations by Sara T. Morey, Istituto poligrafico dello stato, Roma, 1946, con una relazione sul Tempio alle pp. 96-99.
Ancora importanti per i danni e le procedure di restauro, e per le fotografie dei danni, sono: Alfredo Lenzi, Corrado Capuzzuoli, Giuseppe Rinaldi, “Il restauro del tempio malatestiano a Rimini”, in Giornale del genio civile 85, settembre-ottobre 1947, pp. 381-391; Roberto Pane, “Restauri del tempio malatestiano a Rimini”, in Atti del V Convegno Nazionale di storia dell’architettura (Perugia-23 settembre 1948), R. Noccioli, Firenze, 1957, pp. 643-647; Emilio Lavagnino, “Il restauro del tempio malatestiano”, in Bollettino d’arte 35, 1950, pp. 176-184; e Italia, Ministero della Pubblica Istruzione - Direzione generale delle antichità e belle arti, La ricostruzione del patrimonio artistico italiano, Libreria dello Stato, Roma, 1950, pp. 92-107.
Vedi infine il più recente Angelo Turchini, Il tempio distrutto: distruzione, restauro, anastilosi del Tempio Malatestiano: Rimini 1943-1950, Società editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 1998, con ampio repertorio delle fonti e bibliografia alle pp. 155-159.
L’attuale forma dell’edificio è il risultato di un enorme lavoro di ricostruzione. Ogni blocco marmoreo dei muri esterni fu numerato e rimosso e l’intero edificio riassemblato. Il delicato lavoro fu finanziato con 15 milioni di lire dal governo italiano e 65 mila dollari da Samuel Kress, su sollecitazione di Bernard Berenson e Doro Levi attraverso l’American Association for the Restoration of Italian Monuments. I lavori cominciarono nell’ottobre 1947 e furono completati il 30 dicembre 1949. Di Samuel H. Kress e della Kress Foundation abbiamo già parlato in almeno un paio di nostri post (a questo link e a quest'altro link). 
Alcune informazioni sul bombardamento della città sono date da Lavagnino, Fifty Monuments, p. 98. Vedi anche Touring Club Italiano, Emilia-Romagna, 5a ed., Touring Club Italiano, Milano, 1971, p. 677; Carla Catolfi Ferri, Ferrucio Farina, Emilio Salvatori, Paolo Zaghini (a cura di), Macerie: Rimini bombardata fotografata da Luigi Severi (1943-44), Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1984. Vedi inoltre Bruno Ghigi, La guerra a Rimini e sulla linea gotica dal Foglia al Marecchia, Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1980.
Il monastero a fianco del Tempio fu gravemente danneggiato da un massiccio bombardamento del 28 dicembre 1943. In questo bombardamento furono impegnati 126 aerei, che saganciarono su Rimini un immenso carico di bombe, distruggendola. L’obiettivo ero lo scalo ferroviario, collocato al centro delle città. A causa dell’assoluta imprecisione nel tiro, ciò ebbe come conseguenza la completa distruzione della città di Rimini. Il Tempio Malatestiano, in via IV Novembre, venne colpito quattro volte, in maniera piu o meno grave: fra il 28 e il 30 dicembre 1943, il 29 gennaio, il 24 marzo ed infine il 22 giugno 1944. I più pesanti danni-furono subiti nel bombardamento del 29 gennaio 1944, che colpì anche, di nuovo, il monastero/museo. Ugo Ughi (1908-1956), Commissario straordinario al Comune di Rimini dal 27 novembre 1943 ai primi del settembre 1944, scrisse nel verbale del bombardamento del 29 gennaio al Capo della provincia: «La incursione del 29 gennaio passera alla storia per la selvaggia irreparabile offesa inferta al massimo monumento sacro della Rinascenza Italiana, testimone e simbolo delle più gloriose tradizioni storiche di Rimini, fulgida gemma del patrimonio artistico nazionale: il Tempio Malatestiano.
Un grappolo di bombe 1'ha colpito al centro e nella parte posteriore con effetti rovinosi: 1'Abside distrutto, il tetto dell'immensa unica navata completamente crollato; 1'interno devastato; i muri perimetrali su ambo i lati dell'Altare Maggiore squarciati e, nelle restanti parti, gravemente lesionati; la grande fiancata sinistra notevolmente inclinata rispetto al suo centro di gravita; le cappelle laterali con i preziosi cimeli malatestiani e le classiche arcate parzialmente frantumate; il sepolcro di Sigismondo spaccato e scoperchiato, quello di Isotta incrinato; colonnette marmoree, fregi, lesene, motivi ornamentali e decorativi spazzati o deteriorati» (cit. in Macerie: Rimini bombardata fotografata da Luigi Severi (1943-44), fot. 20)
Poiché molti dipinti dei secoli XVI e XVII erano troppo grandi per essere facilmente nascosti, furono lasciati nel museo. Ventitrè furono distrutti, insieme a due bronzi; altri venti furono danneggiati. Le raccolte numismatiche divennero la preda favorita di ladri che rubarono circa cinquantatre medaglie malatestiane. Anche dopo la liberazione della città vi furono ulteriori danni al patrimonio culturale. Nel tentativo di trovare legna da ardere nel duro inverno del 1944, alcuni abitanti cominciarono a bruciare le cornici e le tele che erano rimaste esposte. Ancor peggiore fu il destino dell’unica parte del monastero/museo che era sopravvissuta. Le sue travi di sostegno furono ripetutamente vandalizzate come legna da ardere, indebolendo l’ultimo appoggio della struttura. Il 14 novembre 1946 crollò semplicemente, ultima testimonianza di sei secoli di storia.