martedì 15 marzo 2011

Miska Ruggeri su Ipazia

Tanto rumore e lotte ideologiche per una prof di matematica
La bella alessandrina, fatta a pezzi e bruciata dai seguaci del vescovo Cirillo, scrisse
solo commenti a opere tecniche. La sua fama postuma è tutto merito della fine tragica
MISKA RUGGERI

Ipazia. Un nome mantra. Ipazia, Ipazia, Ipazia... Da cui sgorga «un fiotto di un’espressa forza» (Mario Luzi), un’idea di “acutezza” ed “eminenza” (in greco hypate è un superlativo femminile derivato dalla preposizione hyper e anche la nota più alta della scala musicale). Per gli astronomi, è un asteroide (238 Ipazia), un cratere lunare (Ipazia I e Ipazia II) o un sistema di depressioni lineari lungo un’insenatura del Mare Tranquillitatis (le Rimae Hypatia); per i letterati, una delle città fantastiche di Italo Calvino.
Ma, in generale, un simbolo, un’icona. Di mille cose diverse. Della laicità, del femminismo, della libertà di pensiero, della superiorità del paganesimo, della battaglia antipapista, della massoneria...
E quindi: chi diavolo era la figlia del sapiente Teone, ultimo cattedratico del Museo? Una grande scienziata, una filosofa, una sacerdotessa e teurga, una strega o addirittura una santa cristiana? Storici,
poeti e romanzieri l’hanno strumentalizzata e trasfigurata ad libitum.
Tanto che districarsi tra interpolazioni e manipolazioni, iniziate fin da subito, è diventata un’impresa disperata. Lo ammette anche la bizantinista Silvia Ronchey, la quale, a dispetto del titolo del suo ben documentato saggio, Ipazia - La vera storia (Rizzoli, pp. 320, euro 19), scrive chiaramente che la vicenda dell’alessandrina «non sarà mai interamente ricostruibile».
Non conosceremo mai nemmeno il suo volto reale - se bruna e ambrata come un egizia o bionda e diafana come la dipinge il preraffaellita Mitchell. Tuttavia non per questo, armata di acribia filologica e di un solido metodo storico, rinuncia ad attaccare il mistero, eliminando le incrostazioni più grossolane. Un conflitto politico. Così nella sua inchiesta divisa in tre sezioni (ma perché una “Documentazione ragionata” al posto delle classiche e comode note?) la Ronchey prima chiarisce le linee principali dei fatti, essenzialmente politici (conflitto tra il papas Cirillo e il laico augustalis Oreste, con la comunità ebraica di mezzo), che portarono nel marzo del 415 al linciaggio di Ipazia, tirata giù dalla carrozza, spogliata nuda, scorticata con cocci aguzzi (o fatta a pezzi o smembrata in forma rituale), privata ancora viva degli occhi e in ultimo data alle fiamme dai parabalani, monaci scesi dai monti di Nitria e manovrati dal «geloso zelo» del vescovo. Quindi passa in rassegna il suo oltrevita nella modernità, cartina al tornasole delle varie militanze politico-culturali degli esegeti, dal deismo di John Toland fino alle critiche moderniste all’ala tradizionalista della Chiesa di oggi. E infine cerca di interpretare i fatti, a partire dalle testimonianze più antiche (Socrate Scolastico, Filostorgio, Esichio di Mileto, Damascio e il vescovo copto Giovanni di Nikiu).
Il capitolo più importante del libro è forse quello intitolato “Che cosa insegnava Ipazia?”, da cui emerge come, in fondo, avesse ragione Edward Morgan Foster, nella sua celebre guida di Alessandria, a definirla «una signora di mezza età che insegnava matematica... non una figura di grande rilievo».
Nata intorno al 370, aristocratica fino al midollo (altro che cinica con indosso il tribon), ascetica se non
addirittura vergine (per respingere un allievo troppo passionale, racconta Damascio, gli parò davanti
un panno intriso di sangue mestruale dicendogli: «In definitiva è di questo, ragazzino, che ti sei innamorato, di niente di sublime»), Ipazia nelle sue lezioni ufficiali insegnava matematica, geometria e
astronomia e i rudimenti dei classici, come Platone e Aristotele, e dei neoplatonici. Tutto qui.
I suoi libri, a parte l’edizione riveduta del terzo libro dell’Almagesto di Tolomeo all’interno del commento di Teone, sono semplici commenti tecnici, alle Coniche di Apollonio di Perga, all’Algebra di Diofanto e alle Tavole facili di Tolomeo (è questa, con ogni probabilità, l’opera chiamata dalle fonti Canone astronomico). Nulla di originale: solo contributi elementari e pedagogici, addirittura, secondo Wilbur Knorr, indici di una «essentially trivial mind». Inoltre, le invenzioni di Ipazia, un astrolabio piatto, un idroscopio e un aerometro sarebbero, secondo l’opinione di molti scienziati di oggi, strumenti inutili, buoni giusto per la mantica.
Il resto, a cominciare dal “sistema ipaziano” precursore di quello copernicano e dall’esistenza di opere
perdute o conservate anonime o sotto falso nome, sono illazioni o congetture, se non veri e propri deliri di improbabili cultrici dei female studies e «di storici della scienza disinformati e disinformanti».

Le lezioni esoteriche

Certo, oltre all’insegnamento essoterico, ne esisteva anche uno esoterico, impartito nella sua abitazione
privata a studenti selezionati (un cenacolo di iniziati) e testimoniato dal suo devoto allievo Sinesio.
Roba connessa con il sacro, la conoscenza del divino, l’occulto, la Tradizione, senza dubbio importante, come tiene a sottolineare la Ronchey, per la linea sotterranea del platonismo che, attraverso il millennio bizantino, arriverà al nostro Umanesimo e Rinascimento, ma comunque roba che ci porta mille miglia lontano dall’idealizzata figura del «Galileo in gonnella».
Davvero quindi, senza nulla togliere alla barbarie del «sacrificio» di Ipazia, vittima innocente di uno scontro di potere tra Stato e Chiesa, si può dire, con John M. Rist, che solo la sua terribile morte «le assicurò una gloria postuma che i suoi risultati filosofici non le avrebbero mai garantito».

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 L'esoterismo di Ipazia? "Roba connessa con il sacro, la conoscenza del divino, l’occulto [sic], la Tradizione, senza dubbio importante, come tiene a sottolineare la Ronchey, per la linea sotterranea del platonismo che, attraverso il millennio bizantino, arriverà al nostro Umanesimo e Rinascimento, ma comunque roba che ci porta mille miglia lontano dall’idealizzata figura del «Galileo in gonnella»".
E' del tutto inutile insistere su questa immagine popolare e sulla mentalità essenzialmente profana da cui procede un giudizio del genere sull'esoterismo e il sacro. L'ignoranza della vera natura dell'esoterismo - che non è "roba", un qualche strambo oggetto fantasioso d'inciampo alla vita ordinaria - produce rappresentazioni che sono sempre di per sé erronee quando si pretende di applicarle a un dominio che è di per sé superiore.
Per anni e anni (40 forse, ho cominciato a leggerlo da giovanissimo) non sono mai riuscito a capire il disprezzo che Guénon mostrava verso l'istruzione scolastica e la cultura. Grazie a Miska Ruggeri ora sono riuscito a capire cosa voleva dire il pensatore di Blois quando scriveva in "Considerazioni sulla via iniziatica": "colui che legge tali libri al modo stesso della gente «colta» o anche colui che li studia al modo stesso degli «eruditi», e secondo i metodi profani, non sarà per tal motivo più vicino alla vera conoscenza, poiché vi porta disposizioni che non gli permettono di penetrarne il senso reale, né di assimilarlo a un qualsiasi grado". L'esempio di questa recensione di "Ipazia. La vera storia", con l'incomprensione di cui fa prova, ne è davvero un'illustrazione lampante.
Diverso sarà il caso di chi, prendendo questo libro come "appoggio", ne saprà fare l'uso a cui è essenzialmente destinato. "Conta soltanto la penetrazione dello «spirito» ... poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione".
Moreno Neri



Charles William Mitchell, Hypatia, 1885, 
olio su tela (244,5 x 152,5 cm), Laing Art Gallery, Newcastle upon Tyne (Tyne and Wear Museums).



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