mercoledì 13 aprile 2011

Cleopa Malatesta


Si comincia a parlare di Cleopa (o Cleope o Cleofe, a seconda delle trascrizioni) Malatesta.
Tra le cose serie si veda: "La 'mummia' di Mistra. Bessarione, Cleopa Malatesta e un abito di damasco veneziano", in Θησαυρίσματα / Thesaurismata 31, 2001, pp. 75-89.



La notizia rimbalza nei quotidiani


La Stampa, martedì 10 ottobre 2000, p. 27

In una principessa bionda l'ultimo mistero di Bisanzio
Cleopa Malatesta fu data in sposa dal papa Martino V Colonna, suo cugino, al despota Teodoro II per riomporre lo scisma con gli ortodossi. Ma non tutti nella corte dei Paleologhi erano d'accordo

di Silvia Ronchey

Il più appassionante mistero archeologico bizantino è appena approdato sulle rive del lago Lemano. La Mummia di Mistrà, con la sua treccia bionda intessuta di nastri di broccato, il suo giustacuore di damasco veneziano disseminato di perle, scollato in una provocante "coupe princesse", stretto sui resti ossei di uno sterno misteriosamente perforato, è da questa settimana al Musée d'Art et d'Histoire di Ginevra ("Parure d'une princesse byzantine", fino al 28 gennaio 2001). Insieme ai resti della giovane principessa morta alla vigilia della caduta dell'impero di Bisanzio nella coltissima corte del Peloponneso, sono emersi dalla riservatezza dei laboratori elvetici i risultati delle analisi biochimiche e radiologiche alle quali gli esperti di paleoantropologia e archeologia dei tessuti l'hanno sottoposta intensivamente in quest'ultimo anno: un esperimento di lavoro d'équipe internazionale e interdisciplinare avanzatissimo, dovuto a un accordo fra il governo svizzero e il ministero della cultura greco e alla volontà della sovrintendente alle antichità bizantine di Sparta, Emilìa Bakuru. Tutti gli elementi d'indagine su questo giallo del XV secolo sono ora, quindi, a disposizione.
La trama del mistero riunisce, in più piani temporali, una varietà di personaggi — i Malatesta di Rimini e il papa Colonna, gli ultimi imperatori Paleològhi e i sultani turchi, un filosofo bizantino, Bessarione, uno scrittore francese, Barrès, un pastore bene informato, un archeologo fortunato, una piccola ma fervente comunità di monache — sulle tracce della Dodicesima Morta della Tomba 5 della chiesa palatina di Santa Sofia, arroccata tra le coste aride del monte Taigeto, ai piedi del Palazzo dei Despoti, sulle cui rovine Goethe ambientò l'incontro di Faust con un'altra antica principessa, Elena.
Da dove cominciare? Forse, esattamente da un secolo fa, da un mezzogiorno d'estate del 1900, quando Maurice Barrès, partito per la Grecia alla ricerca delle radici più pure della "razza", si spinse nel Peloponneso, sede dei valori del nazionalismo spartano e insieme dell’avventura crociata di Guglielmo II di Villehardouin, il fondatore di Mistrà. Tra le rovine della capitale della Morea scoprì invece, inaspettatamente, "lo spirito di Bisanzio". Raccontando nel Voyage de Sparte l'esplorazione della città-fantasma, Barrès ricorda che a un certo punto, presso "una piccola chiesa", la sua guida, a quanto pare un pastore del Taigeto, gli mostrò "la tomba di un’imperatrice di Bisanzio" e gli spiegò: "era una bella principessa italiana".
La storia riprende mezzo secolo dopo, all'inizio degli anni 50, quando un giovane direttore di scavi, Nikolaos Drandakis, s'imbatté in un impressionante cadavere femminile, così integro da sembrare quasi imbalsamato, rivestito di un costume magnifico ma, stranamente, di foggia occidentale. Non aspettandosi, in una missione di routine, di trovare una mummia, non evitò il contatto con l'aria aperta, cosicché — secondo la tradizione orale — buona parte del corpo e delle vesti si disintegrò.
Quel che restava era comunque un unicum: il solo costume bizantino ritrovato in sito dopo la distruzione dell'impero. Le monache del vicino monastero della Pantànassa non ebbero dubbi. Non poteva che trattarsi del corpo, miracolosamente conservato, della loro fondatrice, morta mentre era in attesa di un bambino: Cleòpa Paleologìna, nata Malatesta, imparentata con le più potenti signorie italiane e fatta sposare da suo cugino, papa Martino V Colonna, a Teodoro II despota di Mistrà. Ma questo re melancolico e misògino non parve amare troppo la sposa occidentale, colta, elegante, bionda e "fragile d'aspetto ma di intelletto virile", che subito, con il suo seguito di artisti e architetti, conferì a Mistrà il peculiare stile bizantino-gotico così amato da Goethe e dai romantici, fino a Barrès.
La politica matrimoniale del pontefice andava di pari passo con le manovre diplomatico-religiose per ricomporre lo scisma tra le chiese cattolica e ortodossa. Se dall'unione Malatesta/Paleologhi fosse nato un maschio, la linea di successione dinastica dell'agonizzante Seconda Roma, erede della Prima Roma dei Cesari, si sarebbe legata indissolubilmente al papato. Però non tutti, nell'ultima corte bizantina, erano favorevoli a quell'unione. "Preferisco vedere in città il turbante turco piuttosto che la tiara latina", cantavano i marinai di Costantinopoli in quegli anni. Anche all'interno della corte di Mistrà, "conflitti insanabili" sono segnalati nelle missive delle dame di compagnia di Cleòpa tramandate dagli archivi vaticani. Solo un giovane cortigiano, Bessarione, capiva la portata del progetto di alleanza con l'occidente: sarebbe stato lui, 15 anni dopo, a concludere l'Unione al concilio di Firenze.
Sta di fatto che, morto Martino V, anche Cleòpa morì senza portare a termine la gravidanza. Nei versi funebri che Bessarione le dedicò, recentemente riscoperti in un suo codice autografo conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia, alcune prudenti allusioni fanno pensare che quella morte inaspettata fosse sospetta. Accenni simili si ritrovano nei discorsi che altri intellettuali di corte a lei legati, compresi Gemisto-Pletone e il medico Pepagòmeno, composero per la sua morte a Mistrà nel 1433.
Oggi Marielle Martiniani Reber, massima autorità mondiale dell'archeologia dei tessuti, data gli abiti della Dodicesima Morta proprio "al principio degli anni 30 del XV secolo". Specificamente interpellata su una possibile identificazione, li ritiene compatibili sia con un'alta condizione aristocratica, sia con una provenienza occidentale. Restano, certo, ancora molti dubbi, per esempio riguardo alla perforazione dello sterno. Una volta chiusa l'esposizione di Ginevra, i reperti torneranno a Mistrà e in mancanza di ulteriori analisi, in particolare dell'intervento specifico di genetisti, sarà impossibile dichiarare chiuso il caso.
Comunque, che la Mummia di Mistrà sia o no effettivamente Cleòpa Malatesta, il suo ritrovamento è la traccia tangibile del drammatico passaggio dell'aristocrazia italiana nell'ultima corte di Bisanzio e del progetto, fallito, di un salvataggio occidentale dell'impero. La storia non si fa con i se, ma è lecito congetturare che se il figlio di Cleòpa fosse venuto alla luce il corso della storia sarebbe stato diverso. Forse, l'interesse dinastico congiunto delle signorie italiane e del papato, unito all'interesse commerciale di Venezia a conservare i suoi scali nel Peloponneso, avrebbe indotto gli stati europei a promuovere una decisiva, potente crociata per sottrarre all'invasione turca quell'ultima roccaforte dell'ellenismo e della cristianità che era la Morea bizantina. Forse, l'impero ottomano avrebbe potuto non invadere completamente il Mediterraneo, l'Islam non arrivare all'Adriatico, all'Albania, al Kossovo, alla Bosnia. Ancora oggi, nelle vicende contemporanee, ne avvertiremmo le conseguenze.

Silvia Ronchey


E arriva, con un bel po' di ritardo (ma dove hanno la testa i riminesi?), dopo un anno, anche sui quotidiani locali. Il Corriere di Romagna ne parla l'8 settembre 2001, seguito da un altro articolo del 14 ottobre. Nel primo tento un rilancio del gemellaggio con Mistrà, inutilmente. Nel secondo sale in cattedra, altrettanto inutilmente, Gabriello Milantoni: è stato lui il primo a fare una conferenza su Gemisto Pletone nel '93, discetta in lungo e in largo di Cleope senza mai citare Silvia Ronchey. Mooolto elegante.






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